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Prima di accennare allo spettacolo di ieri (“Amadeus”), inoltrandoci nello strano mondo al quale non è meno estraneo il genio, è opportuno ascoltare in Podcast un po’ di quella storia inedita che prosperava attorno al ( e prima del)  creatore de “Il Flauto Magico” e de “Le nozze di Figaro”.
Si scoprirà, così, una Vienna come città inserita in un paese spettacolare nel senso completo della parola.

Nella prima puntata del programma ecco l’arrivo di una giraffa, ovvero uno dei tanti “pane et circensis”  ( della serie :  “la gente andava soddisfatta in ogni modo e, soprattutto, distratta”) della politica asburgica, insieme all’amore della musica che placava i dolori, un sogno per dimenticare i guai, Guerra del Sette Anni in testa..

Mozart a teatro

Siamo, ahimè, in città dopo una settimana di pace bucolica, trascorsa a potare, ramazzare foglie e… raccogliere loti.

E mò che si fa? La fatidica domanda si impone SEMPRE nei fine settimana qui.

Dopo aver rivoltato come un calzino le informazioni , le dritte, gli indirizzi e i links in mio possesso sono “addivenuta ad una gloriosa” soluzione per trascorrere in modo intelligente la serata: vado a vedermi “Amadeus, messo in scena dalla “Compagnia del Giullare” ( sperando di trovare qualche biglietto ancora..)

Immaginando

Domani mattinata tutta declinata longobardo alla Borsa del Turismo archeologico di Paestum.

Stasera affonderei nella notte misterica mentre ogni creatura si accuccia muta. Adoro la notte. E mentre ne ascolto il loquace silenzio mi diverto, ancora un volta, con un piccolo esperimento (usando un trancio di sonetto shakespeariano).


La puntata di stamattina di “Montagne”, Rai 2, è fruibile anche in versione podcast.

Consigliato agli amanti delle sciate e della neve, la troverà gustosa soprattutto chi ama la montagna

Un esempio? Obiettivo puntato su Granaglione allocato sull’appennino toscoemiliano, dove si produce un vino fatto con la castagna. E pure la birra; è il primo paese di Italia. Ragione storica: lassù v’era la terra di confino degli insediamenti celtici sull’appenino. I celti chiamavano la birra cervogia.

Durante la puntata Roberto Mantovani ha documentato tutti su questa Associazione neonata che si è munita anche di un magazine.

Il Sannio di Rea

Leggo e rileggo il Sannio che esce dalla penna di Domenica Rea.

In un post precedente ne ho fatto cenno, ammaliata da quella scrittura che si inoltra nel territorio come in un solco, che sa scavarlo, decoficarlo, che narra di radici che sono anche le mie.

Mi garba questo Rea, è poetico e realista, due termini che non sono in antagonismo quando chi scrive è un gigante. Lascio, perciò, un’altra “tranche” .La condivido.
Dato questo enorme panorama storico e psicologico, analizzare il Sannio in ogni suo punto nevralgico — di salto, di cambiamento, di contrasto — è un’impresa ardua, un’operazione che potrebbe  ottenere un risultato disgregante, spostato nei particolari; mentre, secondo me, è la sua immagine globale quella che riveste una notevole importanza turistica.

La sua solitudine, per fare un esempio, il suo patrimonio ecologico, a occhio e croce intatti, costituiscono in Italia un “assoluto”. Se il paesaggio umbro è entrato a far parte della pittura Italiana col suo grande sfondo geografico-religioso immutabile, proprio per un motivo contrario non vi è entrato il Sannio; rimasto selvaggio, lontano,remoto, non pettinato, nè tracciato e segnato come una figura geometrica.
Per questo stesso motivo il Sannio è ancora una terra nuova da esplorare. Mondo antico e moderno, stregoneria e ragione si confondono: sprizzano faville che non si è placato.
Il Sannio è una terra promessa per coloro che sinceramente vogliono vedere qualcosa di nuovo e includerlo nella loro memoria, nel loro diario, nel loro album fotografico. Una terra eremitica da percorrere a piedi scalzi come frati da questua,da predicatori dell’anno 1000 che avevano per ascoltatori, oltre alle anime rustiche, le bestiole del cielo e della terra, pastori e sassi, rocce, valli e convalli, orizzonti,famiglie di alberi e di erbe, estensioni di nevi, piantagioni di grano e di estreme solitudini.

Il Masetti di Cristina

Era nato a Trecenta,
terra di condanna
il Polesine di fine Ottocento,
l’anarchico delle due ruote,
si chiamava Luigi Masetti,
eroe del fango con il suo bicicletto,
mangiò polvere e pietraie per chilometri,
imprese di fatica e salite
dalle Alpi ai Pirenei.

Così principia una bloggher che ho imparato ad apprezzare sempre di più nel tempo. Lei è capace di digitare “tranche de vie” di una bellezza semplice e chiara, come l’alba che sogni sempre di vedere,come l’arcobaleno.

Nel post che evidenzio Cristina tratteggia, con pennellate poetiche, una presenza che a me era ignota, battezzata “Il poeta dell’aria”, Luigi Masetti insomma, che io scopro ora , ma che è da molti considerato il pionere del viaggio su due ruote.

A parte la lodevole valorizzazione culturale compiuta da Cristina, mi piace evidenziare quanto ha vergato per gli accenti di  lirismo che mi hanno intenerito. Una chiarità ammirevole, un amore per la sua terra, il suo, che non può essere taciuto, soprattutto oggi che soggiaciamo coattamente a modelli stranieri come se non avessimo radici nostre da conoscere e delle quali renderci consapevoli.

Il cinema in…radio

Ancora per caso ( ma sarà davvero un caso che io cerco sulla frequenza di Radio 24 quanto altrove sembra un UFO ??)   una perlina radiofonica in modalità podcast.

Ho “beccato” e,poi, ascoltato “La rosa purpurea“, un angolo dedicato “tout court” al cinema. Il nome è stato  certamente mutuato da questo film del 1985 made by Woody Allen. Conduce Franco Dassisti, tra le altre cose, più volte inviato ai festival di Venezia, Cannes e Berlino. Nella puntata di sabato uno spazio è stato riservato all’ultimo film di  Almodovar Gli abbracci spezzati.

Ma c’è dell’altro nella puntata.

2012: sta arrivando la fine del mondo? Per ora terrorizziamoci col film catastrofista di Roland Emmerich.

Un Alibi Perfetto, un film mediocre. Non convince il “remake” del film di Fritz Lang, interpretato da Micheal Douglas.
Intervista esclusiva a Monte Hellman, uno dei padri del cinema indipendente americano, allievo di Corman e maestro di Tarantino.

Allora, basta per rendere l’idea del programma in onda ogni sabato e domenica?

Il Sannio di Domenico Rea

Per esplorare il Sannio – giacchè di questo si tratta – bisogna insediarsi a Benevento e considerarla un campo-base. La capitale della provincia sannita è una sorta di faro. I suoi raggi si allungano in tutte le direzioni. Rassomigliano a un ostensorio. Ma per intendere meglio l’antica e drammatica storia ( o lezione) di Benevento conviene lasciarla come ultimo approdo, perché Benevento è il riassunto del Sannio. La contiene e conclude come un globo con in cima un diadema risplendente. Così Domenico Rea ( autore noto ai più per il romanzo”Ninfa Plebea” che ha conosciuto una felice trasposizione cinematografica)  principia un rèportage del territorio sannita. In questo apporto lo scrittore  partenopeo trapassa come una freccia acuminata il territorio e ce lo restituisce con la sua ben nota “vis” poetica.

Per legge di natura, il rèportage doveva attirare la mia attenzione.

Per Rea, Benevento e l’hinterland sono come la Svizzera, una sorta di “stato cuscinetto”. L’area è autonoma e riservata con le sue leggi, le sue tradizioni e i suoi comportamenti.

Dell’ effervescenza estroversa napoletana in questi luoghi non si riviene traccia. Benevento è calata nel silenzio; il suo è sempre un parlare discreto e meditato. Napoli ha risvolti orientali. Benevento ha il suo ago puntato a nord. Caserta e Falerno sono bagnate da una luce acquosa, meridionale, che a Benevento e sul Sannio si fa cristallina. L’uomo e la donna delle altre province gestiscono. Nel Sannio hanno un fare ieratico.I Campani son calati nel presente. Del passato, conservano stracci di ricordi. Ma i Sanniti sono ancora sanniti.

E più avanti, sempre Rea dichiara  a buon diritto, essi potrebbero pretendere di formare la Regione Beneventana.

 

“Up”:una fiaba reale

Marcello, ribattezzato Tienda rubia,  ne aveva parlato in questo post. Grazie a lui, incuriosita, stasera me lo son gustato, inoltrandomi nel mondo dei cartoons in 3D, che non si traduce solo in effetti speciali.

La produzione, nello specifico, è lontana dagli archetipi cui ci ha abituata la fiaba di un tempo, quella studiata da Vladimir Propp per capirci.

Non è un cartoons con incanto infantile, quel territorio onirico vigile che la notte del riposo frammenta e censura.

Nè racconta piccole cosmogonie con il linguaggio semplice dei poveri; non è un mito nè una leggenda; non insegna la magistrale dottrina, che l’etica e la pedagogia indirizzano e caldeggiano, dell’essere bravi e buoni. La fiaba è la fiaba: compone in sequenza una schiera di eventi fantastici legati ad un filo che delinea il cambiamento del livello delle cose.

Quella sorta di fiaba, vista stasera, ha radici nella quotidianità Usa ( e non solo) con un anziano vedovo che cerca di difendersi alla meno paggio dall’avanzare di una civiltà turpe perchè senza anima, che si sottrae all’ospizio con una trovata geniale; con un ragazzino che vive un topos inesistente di “natura selvaggia” e poi vi si scontra.  Due esistenze che nascono da una diversità, solo apparente, da uno scontro e poi si saldano per strada.

E , soprattutto, nel cartoons non c’è il buono separato dal cattivo: le parti si invertono ( forse invertire non è il verbo esatto, ma non me ne vengono altri in mente, per ora) ad un certo punto.

La fiaba c’è e la leggiamo riposta nel volo, nei colori della fantasia, del viaggio alla ricerca di un luogo sognato, anelato. Ma quel luogo delude e qua inizia la realtà. Del resto è nella realtà che ci son ragazzini ai quali si dedica poco tempo e li si affida a palestre e scuole di  danza, anziani ai quali si tenta di sottrarre il terreno sotto i piedi,negando loro valore; nella nostra realtà  ci son uomini che rincorrono sogni utopici che, poi, si rivelan mostruosità. Basta guardare i Tg o sfogliare pagine di rotocalchi. Ma una morale c’è in questa tavolozza di fantasia e realtà.

Indovinate un pò qual è…

La realtà in un click

Dal 1850 ad oggi rimane la più antica azienda al mondo operante nel campo della fotografia, dell’immagine e della comunicazione.

Venti puntate su Radio 2 tutte giocate sulla fotografia; tutte iniziano con una foto, spesso, d’epoca.

Per esempio, quella della Stazione Leopolda nella puntata n. 5 ( 15 settembre 1861) sede della 1 Esposizione dell’Italia Unita, prima vetrina della nuova Nazione. In quell’occasione il Marchese Cosimo Ridolfi tenne il discorso ufficiale davanti al Re. Quell’evento conobbe appena 150.000 vivitatori ( pare che solo una metà furono i paganti , ndr) : quella di Parigi ne contò 5 milioni che divennero presto 32 milioni negli anni dopo. Questo eventi misuravano la febbre del progresso delle grandi Nazioni. Pochi anni dopo Londra risultò al 3 posto come espositori sul tema della fotografia.

Ex Stazione Leopolda di Firenze, disegno raffigurante la veduta esterna del palazzo dell'Esposizione italiana del 1861 in Firenze, secondo il progetto dell'architetto Giuseppe Martelli, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze.

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