Il “mio” Cilento

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Nel ringraziare di vero cuore tutti voi che state condividendo nel mio blog e nel mio profilo FB questa drammatica contingenza, ripropongo questo mio breve saggio pubblicato solo in e book.
Sto limando il mio secondo romanzo. E’ una storia che riguarda Sacco e Roscigno (Sa), dove gli antenati di mia suocera vivevano.
La frequentazione dell’Archivio di Stato di Salerno mi ha consentito ( con mio marito) di raccogliere i dati di base di una storia minima, ma fascinosa.
La vicenda si svolge a cavallo dell’Unità di Italia e coinvolge i suoi trisnonni.
Lui, Angelo, un liberale e borghese.
Lei, Marianna, filoborbonica e nobile.
La loro storia mi ha intrigata molto anche perchè vivo nella casa che abitarono.

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Cura d’amore

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Scattata nel giardinetto di papà

Solo l’amore che gli stiamo riservando e una tempra eccezionale spiegano questo prolungarsi della vita di mio padre.
Avessero gli altri anziani le cure delle quali lui sta godendo…
Quanti muoiono abbandonati…
Noi siamo sette figli. 18 son i nipotini di varia età. Uno di loro sta per diventare papà. Già è bisnonno anche se il mio nipotino Giorgio non lo conoscerà mai: lui è troppo piccolo per sobbarcarsi un viaggio tanto lungo dal Veneto.
Io cerco di andare ogni settimana e, vista l’affluenza di casa, devo prendere una stanza in un B&B.
Papà, sei molto amato.

Una luce per lui

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Stanotte una candela brillerà per far compagnia a mio padre così lontano.

Ho atteso notizie, ma la situazione rimane gravissima.
Lo stesso medico non capisce come fa a vivere ancora…
Lui è consapevole. Ha detto a mia nipote:”Sto morendo”.

Mi strazia il cuore mio padre.

Il viaggio non finisce mai, J. Saramago

Parole che sento mie, grazie Gilda

La terra è blu come un'arancia

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Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo

[Foto: Robert Doisneau

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Riflessioni sparse

Se la morte è rinuncia a combattere mio padre è vivo, nonostante il genero si accanisca com’è suo dovere con fleboclisi e affini..

Ma è vita quella di papà? A stento riesce a stare seduto. Ha l’ossigeno e un volto cereo. La terra lo sta chiamando vistosamente.

E’ terribile. Lui non si lamenta. Non piange. A fatica respira. E’ rassegnato, ma è vita questa?

Lui iperattivo, infaticabile lettore di saggi, una persona dalla sagacità unica. Perfino istrionico.

Come faccio ad accettare di vederlo così…

 

Un ricordo

Avrei voluto aggiornare, ma ho ricevuto cattive notizie da Salerno.

Mio padre ha avuto un peggioramento stanotte. Son in attesa di notizie e son molto in ansia. Non si è mai abituati all’idea della morte di un genitore.

Tuttavia voglio ricordare papà con un episodio della sua infanzia. 

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Quando era bambino e viveva a Castellabate ( il paese di “Benvenuti al Sud”) ne combinava di tutti i colori. Un ragazzino vivace e che aveva dell’inventiva, nulla da dire.

Ghiotto ( come lo è stato per tanti anni) degli insaccati genuini prodotti in casa, corteggiava una soppressata appesa al soffitto dalla nonna.

Un giorno con il fratello ( meno discolo di lui) decise di mangiarsela e, pensa che ti ripensa, creò una piramide di sedie e tavolo e arrivare al soffitto.

I due si davano il cambio per dare morsi a quella leccornia suina. Insomma, ne lasciarono solo il “torsolo” ( non so come chiamarlo) e rimisero tutto a posto.

Quando arrivò la nonna e vide quello scempio inveì:” Sant’ Zacarino i surici senn mangiat’ a supressata” ( credeva i sorci responsabili)..

 

Worth, il couturier

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L’abito dell’immagine, creato da Charles Frederick Worth, è esposto al Metropolitan Museum of Art.
Per molti aspetti, il mondo della haute couture, ha ottenuto il suo inizio a Parigi in gran parte attraverso il suo intuito, in grado di capitalizzare una serie di tendenze che si stavano sviluppando da un pò di tempo.
Nasce con lui la figura del couturier come creatore di fogge in senso moderno.
Il cambiamento che lui apportò fu di individualizzare gli abiti.
Prima era consuetudine che i clienti portassero i loro tessuti alla sarta.
Worth per il marketing impiegava la tecnica di far scegliere ai suoi clienti da una serie di modelli esemplificativi, modellati da un esercito di donne piuttosto giovani; il cliente avrebbe fatto una selezione e un capo personalizzato sarebbe stato creato.

Il suo debutto nella società avvenne in seguito all’acquisto da parte della principessa di Metternich, nipote del grande statista del Congresso di Vienna e moglie dell’ambasciatore austriaco di due suoi abiti che le furono offerti a prezzi stracciati proprio da Marie Vernet. In occasione di un ballo alle Tuileries la principessa ne sfoggiò uno e suscitò l’ammirazione dell’imperatrice Eugénie de Montijo, consorte di Napoleone III che non tardò a divenire anch’essa affezionata cliente della maison Worth.
Worth nel 1860 fu così in grado di assicurarsi il patronato dell’imperatrice Eugenia e questo cementò la sua reputazione; era l’imperatrice ad impostare gli stili e naturalmente tutti i personaggi importanti volevano emularla.

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Con la scomparsa di Napoleone III e del Secondo Impero, Worth fu costretto a cercare mercati espansi, non avendo più una base di clienti garantita basata sul patronato reale. Quando morì nel 1895 aveva clienti in tutti e sette i continenti.