Dal “Grande fratello” al “Grande silenzio”

Sto approntando il programma per il Progetto che ha vinto in Provincia. Seguendo il tema “Dal futile all’utile” , abbiamo scelto di affrontare ( con ragazzi del Biennio delle Superiori) il filo rosso dell’immagine futile venduta al gossip in contrapposizione a quella utile alla crescita. Tra gli argomenti ho inserito anche : “La lezione di Orson Welles ” , “L’ immagine al servizio dei mass media, icone della pubblicità ( esercitazioni da  “Focus” )” e ” Le   immagini cinematografiche tra il “Grande fratello” e “Il grande Silenzio” (” Die  Grosse Stille” ).L’ultimo è un film che insegna il valore della immagine come didascalia che argina e confina la parola, o quanto meno la parola  nella sua ridondanza.

Modi di dire

Mano a mano che accumulo esperienza nel web va crescendo la mia idiosincrasia verso  alcune parole, reiterate senza troppa riflessione, secondo me. La facilità di scrittura che il word wide web consente elimina passaggi importanti e quella sedimentazione del pensiero e delle conoscenze acquisite senza la quale il processo rimane a metà , come un pasto assunto frettolosamente e, pertanto,” indigerito “.
Quando si utilizza ( o si dice) ” ad essere onesto” oppure “ a dirla tutta” si manda un messaggio subliminale, ossia ” in altre circostanze non sono onesto”  e simili. Va da sè che uguale antipatia nutro verso l’ uso indiscriminato di parole come “veramente” , ossia di quelle  parti del discorso formate aggiungendo il suffisso “mente” all’aggettivo. Mi piacerebbe capire perchè c’è un abuso di avverbi, nella comunicazione odierna.
Discorso a parte meritano quegli “assolutamente sì” che piovono a catinelle come se dire “sì” e basta non fosse sufficiente.
Quel voler rafforzare sottointende una debolezza intrinseca. E’ una sorta di spia del “pensiero debole”.

La menaide? E’ un bene culturale

Mi pare acclarato che per Beni culturali non si debba intendere solo palazzi, chiese più o meno ridondanti, dipinti, gallerie d’arte. Da quando l’Unesco ha deciso di tutelare il patrimonio folcloristico mi sento più tranquilla. Saranno protette tradizioni antiche come la “taranta”  pugliese e il canto ” a tenore” sardo. Beni culturali sono i laghi e coste, faggete e grotte carsiche come quelle del Massiccio degli Alburni (Sa). Beni culturali sono tradizioni agricole, riti e tecniche. Per questo dovermi occupare delle alici alla menaica è per me una gioia. Usare la menaide non è da tutti. La pesca delle alici sulla costa meridionale della Campania è antichissima.

La tecnica di pesca è tutelata e valorizzata dallo Slow Food. Un tempo diffusa su tutte le coste del Mediterraneo, oggi viene ancora praticata a Marina d Pisciotta e in alcuni borghi costieri del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Sopravvive grazie a pochi pescatori che con un minuscolo equipaggio – non più di otto barche – escono in mare con la menaica a caccia di alici. Con il nome di menaica si definisce un antico sistema di pesca, la barca e la rete, in italiano è conosciuta come menaide. Le alici di menaide si pescano di notte, tra aprile e luglio, nelle giornate di mare calmo: si esce all’imbrunire e si stende la rete sbarrando il loro percorso al largo. La pesca è selettiva e cattura solo le alici di una certa grandezza. Al ritorno bisogna lavorarle immediatamente, di primo mattino: prima si lavano in acqua di mare e poi si dispongono minuziosamente in vasetti di terracotta, alternando il pesce a strati di sale marino grosso. La stagionatura avviene nei cosiddetti magazzeni, locali freschi e umidi, e può variare da sei mesi a qualche anno. Le alici di menaide si distinguono dalle comuni alici salate già alla vista, per la carne più chiara che tende al rosa. Poi sono uniche per il profumo straordinario e per il gusto intenso ma delicato. La tecnica di pesca e’ faticosa e poco produttiva, ma le alici di menaica -lavorate freschissime e poi stagionate a lungo – hanno qualità organolettiche straordinarie.