Elena la soferet

Ho scoperto Elena Loewenthal per puro caso. Mi affascina il mestiere che,unica al mondo, fa con pazienza e rigore. Elena è una soferet. Non si direbbe a ben guardare il suo fisico atletico, la sua passione per il cinema di Cronenberg e per E. Hemingway. Il suo mestiere forse è il segreto di una bellezza che non conosce stress. Mestiere di certosina pazienza, di dialogo senza interruzioni.

” Con la pagina bianca. Con il cielo. Con le lettere ebraiche…[..] è una scriba di testi ebraici. Profani ma soprattutto sacri. Erano tre secoli che una donna non si cimentava con quest’arte: l’ultima fu Sarah, la figlia di rabbi David Oppenheim, a Praga, all’inizio del Settecento.
Lo scriba, il sofer (femminile soferet) non è un semplice copista o un calligrafo per quanto virtuoso. La storia comincia molto lontano: nella fattispecie in cima al monte Sinai. Lassù Mosè, che non era armato né di inchiostro né di carta, incise su pietra le tavole dettate dal Signore. Non una, bensì due volte, giacché il primo paio andò in frantumi per un accesso (per quanto giustificato) di collera. Il profeta pagò con doppio lavoro il proprio sdegno per aver visto gli israeliti gozzovigliare intorno al vitello d’oro. Ma in fondo con ciò egli detta le regole di quel delicato mestiere che è la scrittura in lingua santa.
Lo scriba che si dedica a un rotolo della Torah destinato a servire nella liturgia sinagogale dev’essere infatti ben attento a quel che deposita sulla pergamena (perché non di comune carta si tratta): basta un puntino fuori posto, uno sbaffo di troppo o di meno, e tutto il lavoro è da buttare, il rotolo perde ogni valore.

E così, per una civiltà che ha praticamente messo al bando l’arte figurativa, la scrittura è da sempre una forma di arte”.  Il resto  qua

Versi dal VI secolo

Amore mio,
la tua ruga è preferibile al succo di ogni giovinezza; desidero avere tra le mani le tue tette  pesanti di frutti piuttosto che il seno diritto della giovane età. Il tuo autunno è più ricco di frutti della primavera e il tuo inverno è più caldo di ogni estate.

Paolo Silenziario che scrive nel VI secolo, ossia quando ormai sembrava annientata la cultura greca,  ma risorse nella cerchia intellettuale   che faceva capo all’imperatore Giustiniano.

Lavoro

Antica pratica agricola, diffusa. Si potrebbe chiamare "spannocchiare". Con i residui, noti come "scoie", in alcune zone del Sud si riempivano i materassi.
…i ricchi con la lana, i poveri con le "scoie"…

Alef Bet, la scrittura di Dio

Da poco conosco Paolo De Benedetti, ma vale la pena ascoltarlo ne “Alef Bet,la scrittura di Dio“.
 


Per capire l’attenzione minuta che per secoli e’ stata data, nella tradizione ebraica, a ogni singola lettera dell’alfabeto, occorre forse tenere presente, ci dice Paolo De Benedetti, che in ebraico
davar significa “parola”, ma anche “cosa”. Per cui le parole non sono “di carta”, ma della carne viva di uomini e donne. In questa puntata De Benedetti parlerà anche della particolarità della mistica ebraica rispetto alle mistiche delle altre tradizioni.
La lettere prese in esame vanno dalla Tet alla Lamed, passando per una delle piu’ importanti: la

yod,
che è la lettera con cui inizia il nome di Dio, ma anche il nome del “popolo più piccolo della terra”.
 

Paolo De Benedetti è docente di Giudaismo presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e di Antico Testamento presso gli Istituti di scienze religiose delle Università di Urbino e Trento. E’ membro della commissione ecumenica e per il dialogo interreligioso della diocesi di Asti. Tra i suoi scritti : La morte di Mosè e altri esempi (Bompiani, 1978,2a ed.); La chiamata di Samuele (Morcelliana, 1976); Ciò che tarda avverrà (Qiqajon, 1992); Quale Dio ? (Morcelliana, 1997, 2a ed.).