Ombre

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Un Galileo godereccio

Colà viene consigliato dalla signora Margherita, zia di Marina, la donna che sarà di Galileo, di mandare in omaggio all’umanista Pinelli tre galline della pregiata e famosa razza di Polverara, ricordata anche dal grande naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi.

Mentre le tre galline vengono estratte dalla gabbia una si libera dai legacci e scappa, finendo sotto il banco d’un pellicciaio. La bella Marina si lancia all’inseguimento del volatile infilandosi carponi sotto il banco. Severamente vestito come si addice a un professore dell’Università, Galileo pensa di dare una mano alla ragazza e sua volta s’infila sotto il banco del pellicciaio. In quel momento si trova di fronte le forme posteriori di Marina involontariamente esposte nell’atto di acchiappare il volatile; non riesce a reprimere la tentazione di palpeggiare quel sito procace.
Marina non reagisce. Ma appena uscita, mentre lo scienziato scrive il biglietto di accompagnamento del dono destinato al Pinelli, lo fulmina con la semplice frase “Signor Galileo … io non sono una … !”

Alla scena accaduta nel mercato assiste una piccola folla pronta ad ogni tipo di commento.

Il pittoresco mercato di Padova (fine ‘500) mostra quale fosse lo spirito della città.[..]. Il giovane scienziato trova nella città un ambiente egualmente stimolante e godereccio, incline alle cose alte ma anche a quelle sensoriali e materiali;esso si manifesta nei mercati, nelle feste, nei balli, nelle sfilate, nei banchetti, negli spettacoli attuati da attori estemporanei, nelle commedie , come quelle dell’insigne commediografo padovano, il Ruzzante. L’atmosfera sociale della città, il modo in cui vi si svolge la vita d’ogni giorno, (oltre a quella universitaria) fa dire a Galileo- alla fine del soggiorno padovano – 18 anni dopo – di aver passato a Padova la parte migliore della propria vita.

Alla fine del ‘500 Padova viveva il momento forse più prestigioso della propria vocazione scientifica. E questo era destinato a prolungarsi nel ‘600, nell’ epoca cioè in cui la scienza moderna poneva le proprie fondamenta. Anatomia, fisica, matematica, astronomia, ne furono le basi intellettive. A Padova il gusto temerario per la nuova scienza aveva in qualche modo rimpiazzato quello per l’indipendenza politica, impedito ormai dal dominio di Venezia – avvenuto nel lontano 1405 attraverso l’eliminazione della signoria Carrarese, i cui ultimi esponenti erano stati strangolati dai vincitori veneziani che commentarono l’eccidio col machiavellico detto “homo morto no fa più guerra”.

A Padova c’era dunque il clima politico e sociale più adatto per lo sviluppo del sapere scientifico, e in Europa ciò era risaputo. Che città colta e problematica! [..] L’equilibrio – tra sottomissione e intelligenza creativa – sussisteva a Padova, esattamente attraverso uomini come Galilei, Pinelli, Fabrici D’Acquapendente, grande medico ed anatomista che seppe ottenere dai Veneziani i soldi  per costruire  il primo teatro anatomico del mondo.
La fonte ( in corsivo) è opera di Gian Paolo Prandstraller.

Le “reviviscenza” di Galileo

Da quanto leggo è in atto un processo di interdipendenza tra storia e letteratura. Mi spiego meglio…

Ormai da tempo la letteratura sta occupando spazi sempre maggiori nel cuore della storia. Sebbene a modo suo, essa decodifica fatti e personaggi, evidenziando aspetti esistenziali laddove la storia pone l’accento su quelli filologici e memoriali. Per questo nuovo approccio è stato coniato un termine: “reviviscenza” . La nu0va modalità cresce grazie all’ indagine delle motivazioni profonde, dell’ambiente nel quale il personaggio si muove, degli aspetti caratteriali e perfino dei sentimenti, della quotidianità e dell’eros.  Attuato con oculatezza e intelligenza, questo approccio conduce ad una sorta di rifondazione dei personaggi storici. Come si comprende bene tutto assume caratteristiche di maggior fascino rispetto al cumulo di date e di eventi.

A far scuola , manco a dirlo, è la Yourcenar con le sue “Memorie di Adriano”, opera che illustra questa tendenza in atto. Lo stesso discorso si può estendere ad ogni personaggio storico. Seguendo questo trend si riscopre Cicerone ( “Imperium” di Harris) e Galileo Galilei.

Se ci si inoltra nella vita giovanile di quest’ultimo si fanno scoperte interessanti.

Molto più vicino a noi è l’uomo in giovane età rispetto al Galileo vecchio, oppresso dall’Inquisizione, colpito da divieti e ammonimenti, ridotto in prigionia dalla  Chiesa , quella tremenda macchina repressiva che seppe incombere sul XVI e XVII secolo. Un giovane in pieno periodo formativo che si andò definendo nella realtà sociale disincantata e gaudente che pullulava entro i confini del territorio Veneto.

Chi era il giovane Galileo?  Di certo era un giovane uomo che cercava, ma nello stesso tempo appariva inclinato a quell’ interpretazione della vita che viene definita dai più epicurea. Ecco quanto ho scannerizzato da una rivista..

Era un giovane più che sensibile agli aspetti sensoriali, libertini e mondani del cosiddetto vivere…[..]. Il giovane Galileo (ventottenne), giunto a Padova provenendo da Pisa, nel 1592, su una modesta carretta – nella quale ha sistemato in un solo tutti i suoi averi – viene invitato dall’umanista Gianvincenzo Pinelli a partecipare ad “magnifica cena di pesce” durante la quale conoscere varie personalità dell’elite padovana, i funzionari della Repubblica che soprintendono all’Università; nonché un ospite illustre, il compositore Claudio Monteverdi. Non sa quale dono portare al suo anfitrione, e il problema è aggravato dal fatto che il giovane scienziato semplicemente ha le tasche vuote. Galileo si reca nello splendido mercato di Padova, presso il quale (esattamente nella Sala della Ragione, luogo operavano i Tribunali), si apriva forse il più antico “centro commerciale” del mondo, dato il numero di botteghe del più diverso genere esistenti nei corridoi del piano terra.   1 parte

Schifanoia..

Da una rivista specializzata che ricevo ho scannerizzato questo che lascio. Credo sia interessante…
Mantova, 1499. Alla corte di Isabella d’Este, Leonardo da Vinci e Fra’ Luca Pacioli trovano buona ospitalità.

Vi giungono in  fuga da Milano, dove hanno prestato la loro opera al servizio di Ludovico il Moro, ora in disgrazia. Mentre il grande maestro compiace la sua raffinata e giovanissima ospite Isabella tracciandole un ritratto a   carboncino, Fra’ Luca impartisce lezioni di matematica e geometria e spiega  alle corporazioni dei mercanti i segreti ed i vantaggi della contabilità in   partita doppia e delle società di capitale e d’opera.

Confuso fra un gran numero di   pittori, musici, lapicidi, intarsiatori, sarti e maestri d’arte, Frate Luca   medita su come poter dimostrare la propria riconoscenza per l’ospitalità e per   il contributo della nobildonna ad arti e scienze. Alla sera la nobiltà si  riunisce a Palazzo, per gustare le delizie del miglior cuoco, servite nel   contesto scenico preparato dallo scalco più abile; poi tutti a giocare fino a   tarda notte, a “schifar (schivar) la noia“. La sua mente di fine matematico  trova forse nel gioco degli scacchi la più naturale sintesi di logica e   scienza dei numeri: di getto, con una scrittura mercantesca veloce e con il  suo semplice linguaggio volgare, decide di inserire, in un libretto di quarantotto   carte, idonei suggerimenti per muoversi razionalmente sulla scacchiera e dare scacco matto all’avversario. Nasce così il De Ludo  scacchorum…dicto Schifanoia… , parte di un progetto più ampio che prevedeva la descrizione di tutti i giochi dell’epoca e, soprattutto, di quelli legati alla “razionalità   magica” dei numeri; tale progetto, purtroppo, non sarà mai completato. 

Per debito di  riconoscenza e di ammirazione, l’opera sarà dedicata ad Isabella d’Este ed al consorte Francesco Gonzaga. Pacioli ben comprende quanto sia importante   l’invenzione della stampa che proprio in quel periodo, a Venezia, trova la massima diffusione.
 In quella città chiede l’autorizzazione alla pubblicazione nel 1508, ma  la richiesta non avrà seguito.

  Il De ludo, manoscritto autografo scomparso da cinque secoli, è stato da poco rinvenuto a Gorizia presso la biblioteca della Fondazione Coronini Cromberg. Da un’annotazine a matita si legge: “Giuoco degli scacchi. Manoscritto cartaceo del XV secolo, contenente 96 problemi scacchistici, ognun dei quali  illustrato da apposita figura in rosso e nero. Legatura d’epoca in cuoio scuro con decorazioni a freddo… Questo manoscritto, probabilmente fiorentino e della prima metà del ‘400, è molto grazioso quanto altrettanto raro. Proviene da uno il zibaldone di Casa Strozzi”.

Le 96 pagine contengono 114 “partiti” scacchistici, accompagnati dai relativi suggerimenti per arrivare “scacco matto”. Le indicazioni per il gioco sono contrapposte, cioè servono per il giocatore che sta da un lato e (scritte al contrario) per l’avversario che sta dall’altro lato. Sul disegno delle scacchiere, sulle figure colorate in rosso e nero e sui numeri in esso segnati, aleggia il piacevole quanto non confermato  sospetto che  possano essere opera del grande Leonardo da Vinci, compagno di corte e di studi del Pacioli..

Pellegrini e pellegrinaggi

Il fenomeno del pellegrinaggio è più complesso di quanto si possa immaginare. Lo spirito e il concetto stesso dell’ homo viator, spesso oggetto di semplificazioni, sono realtà che hanno attraversato i secoli rimanendo pressocchè intatte. Un’analisi più accorta rivela la stratificazione del fenomeno che spingeva masse di persone ad intraprendere un viaggio, a divenire pellegrini. Una domanda innanzitutto: cosa guidava uomini e donne e li conduceva  ad abbandonare i beni a rischio della vita? I pellegrini facevano testamento prima della partenza ( ndr).
Fuor d’ogni dubbio erano alimentati da zelo religioso, da spirito ascetico, dalla rinuncia del mondo. Ma c’è dell’altro. Ci si muoveva per malattia fisica, per necessità di una grazia o per “grazia ricevuta”. C’era anche chi era indotto al pellegrinaggio dalla volontà di espiazione per incesti, sacrilegi, parricidi. Capitava anche di associare l’idea, seppure inconscia, dell’evasione e dell’avventura. Tra i pellegrini autentici non mancavano “i falsi bordoni”: mercanti,trafficanti,avventurieri , emarginati e donne di malaffare.

Il “clinamen”

Secondo Epicuro gli atomi sono soggetti al clinamen , un epifenomeno, una sorta di “incidente di percorso” sulla traiettoria da loro compiuta.
Durante la loro caduta nel vuoto in linea retta si verifica una deviazione casuale, sia nel tempo sia nello spazio:essa permette agli atomi di incontrarsi.
Anche Lucrezio introduce l’idea di clinamen e lo fa ne Sulla natura delle cose (II, 216-219) mentre commenta la filosofia di Epicuro:
“gli atomi cadono in linea retta nel vuoto, in base al proprio peso: in certi momenti, essi deviano impercettibilmente la loro traiettoria, appena sufficiente perché si possa parlare di modifica dell’equilibrio.”
In sede etica il concetto di clinamen ha una sua ricaduta. Sua conseguenza capitale è la giustificazione
della libertà dell’agire: declinando casualmente nel loro moto di caduta, gli atomi spezzano la necessità del mondo e aprono una prospettiva in cui l’agire umano trova un margine di libertà tale da rendere possibile un’etica.

“Bummuli” e “pignate”

I manufatti creati dall’uomo da tempo esercitano su di me una grande attrazione.
Poco importa che siano di cuoio come i finimenti dei cavalli o di giunco come i canestri. Un bel capitolo nella storia dell’artigianato l’ha scritto la lavorazione della terracotta. Si sprecano i manufatti plasmati con la creta a varie latitudini, poco importa se si tratta di “bummuli” o di “cannate”, ossia le brocche di vino per l’acqua.
La Sicilia vanta una antichissima tradizione in tal senso.Laddove la terra forniva la creta si aprivano fornaci per lavorarla industriosamente.
Una fama notevole la raggiunse Patti con la produzione della “pignate” che venivano fabbricate e,poi, imbarcate sui velieri,esportate in molti paesi del Mediterraneo.Oltre che sulle coste siciliane , questi manufatti giungevano anche in Africa, a Trieste, a Venezia, Tunisi, ma anche a Malta e in Grecia.Rimane , oggi, solo qualche fornace reduce dalla distruzione capillare degli anni ottanta.
La tradizione delle antiche fornaci di Patti è stata rac­colta, invece, con successo, dagli artigiani di Santo Stefano di Camastra.
Là una fiorente attività viene ancora oggi pepretuata dalle numerose botteghe della cittadina siciliana.

Il Golem

Ascoltando il Podacst di Rai 3 ho appreso che Golem vuol dire “creta”. Un fantoccio di creta era il Golem, creato per difendere gli ebrei del ghetto di Praga dalla persecuzione. Venne fabbricato manualmente, andando sul greto del fiume di Praga. Il suo creatore, secondo una delle varie versioni, gli scrisse sulla fronte “Alef Mem Tau” animandolo. E lui divenne il paladino. Un rabbino, togliendo “Alef” , ( ossia Dio), gli tolse la vita, annientandolo.

In Wikipedia e in questo si leggono altre informazioni.

La leggenda più nota è quella ambientata nel ghetto di Praga che attribuisce la creazione del Golem al Rabbi Jehuda Löw ben Bezalel, ai tempi dell’Imperatore Rodolfo II, cioè alla fine del ‘500 – inizi del ‘600.
Si tratta in realtà della saga polacca del Rabbi Elija Ba’al Schem di Chelm, che a posteriori, cioè nel ‘700, venne attribuita al rabbino di Praga: in questa versione il Golem era un protettore del popolo ebraico dalle persecuzioni.
Il motivo dell’attribuzione a posteriori della creazione del Golem al rabbi nella Praga di Rodolfo II fu probabilmente la diffusa atmosfera di celebrazione e mitizzazione della figura dell’Imperatore (e del Rabbi Löw stesso) durante il ‘700: cultore di scienze occulte e protettore degli ebrei egli aveva condotto nei loro confronti una politica illuminata dando inizio ad un periodo di
espansione e fioritura delle loro attività.”
Nella Polonia del ‘600 la leggenda, documentata in una lettera datata 1674, raccontava di un Golem che crebbe a dismisura, diventando una minaccia ingovernabile per il suo padrone.
Allora questi, il Rabbi Elija Ba’al Schem di Chelm, pretese che il Golem gli togliesse le scarpe, e nel mentre gli cancellò dalla fronte l’aleph. Il Golem morì e ricadde su se stesso, travolgendo però il Rabbi con la sua massa informe.”

Riflessioni estive

I paesi meridionali riprendono vita, si riempiono, d’estate. Le città si svuotano, ma solo apparentemente. I paesi (ri) vivono del e nel flusso di vite trasportate altrove e qui tornate, di nuove vite scaturite da radici passate. Occhi che cercano in piccole realtà quanto, magari, vivono a Nord, all’estero: discoteche, pub, birrerie.
Nelle città i nuovi abitanti parlano inglese, francese, tedesco, giapponese.

Ma come si rapportano i "nuovi"? Ricerche, studi, telecamere, attenzione sono concentrati sulla piccola marea che calpesta gli acciottolati dei centri storici, presenze animate di macchine fotografiche e cineprese pronte a catturare frammenti nuovi, dettagli e sequenze da serbare per i mesi invernali, per il rientro.

E nei paesi ?