Storia e bellezza di Volcei

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C’è  un sito che è venuto alla luce grazie al disastroso terremoto del 1980 che ha colpito Campania e Lucania.

Si tratta di Volcei, fondata dai Pelasgi-Oenotri. Oggi è possibile osservare tracce dell’insediamento antico in loc. S. Mauro, ossia a circa 400 m dall’abitato di Buccino. L’antico centro, seppure di modesta estensione, fu fiorente soprattutto come scalo di passaggio per l’estremo sud. Sullo scorcio del VI sec. a.C. la costruzione, di un’imponente cinta muraria in opera isodomica di blocchi di calcare, determina la nascita della città così come la conosciamo.
Gli edifici moderni di Buccino sorgono sui resti della città romana e preromana di Volcei.
Un forte processo di romanizzazione sembra trasparire anche nell’edilizia urbana.Grazie a Tito Livio conosciamo notizie del primo scontro di Volcei con Roma. Tito Livio  ne ricorda la “deditio” durante la guerra Annibalica nel 209 a.C.: “proprio in quei giorni,consegnati i presidii di Annibale che avevano nelle loro città si arresero al console Q. Fulvio gli Irpini, i Lucani, e i Volceienti”.
Dell’antica città voglio evidenziare due dettagli : uno trasuda la storia  e l’altro la bellezza del luogo allocato nel  territorio del Medio Sele.
La storia di Volcei è ben rappresentata lungo Via Egito  dove è visibile un terrazzamento su tre livelli, antico. Nel corso del VI-VII sec.d. C. esso fu trasformato in un insediamento rupestre che ricalca le strutture dei Sassi di Matera, con una serie di grotte scavate nella roccia e rivestite in parte in muratura. Esse furono utilizzate dapprima come abitazioni in grotta, con annesse stalle, e successivamente come cantine che rimasero in uso fino al sisma del 1980. L’impianto originario di questo complesso rupestre è stato interpretato come insediamento eremitico legato a presenze orientali-bizantine. Questo confermato dalle fonti antiche, attestano la presenza a Buccino di eremiti orientali, e dal nome stesso di Via Egito, ricorda la presenza in questo luogo di una chiesa dedicata a San Giovanni d’Egitto.

La bellezza la si gode nella Tomba degli ori.Immagine
“Alla fine del IV sec.a.C. nella terrazza inferiore del Santuario di S. Stefano fu costruita una Tomba a camera in blocchi di calcarenite locale,con deposizione femminile. Nonostante la quasi completa distruzione, dovuta ad una frana, è stato possibile ricostruire almeno in parte la struttura. Si tratta di
una camera di piccole dimensioni le cui pareti sono intonacate con calce mista, la defunta era disposta su un letto funebre con la testa verso nord e il corredo disposto per gruppi intorno ad essa.

Il ricco corredo è caratterizzato dalla presenza di ornamenti personali costituiti da una ricca parure di oreficeria tra cui : una collana a pendenti lanceolanti, orecchini, armilla,spille e anelli.

Vi è anche presenza di ceramiche a vernice nera di produzione appula, vasellame bronzeo e un set per cosmesi in bronzo e argento”. 

La morte secondo Ferrarotti

Ho letto un breve saggio di Franco Ferrarotti e mi è parso così ben congeniato ed interessante che ne ho voluta la scansione. Lo pubblico in due o più “tranche”.
” L’ uomo dell’umanesimo recupera l’equilibrio che fu già dei classici: med én àgan; ne quid nimis.
E’ disposto a sacrificare la vitalità alla serenità. Una virtù che riesce difficile alla società  industrializzata.   Per questa società la morte non è né scandalo né passaggio a miglior vita. Viene derubricata e svilita a mero incidente tecnico. Si è tornati all’ homme machine di de la Mettrie. Il corpo viene riparato con appositi pezzi di ricambio: espianti, trapianti, impianti.
Ciò che alla società industrializzata insopportabile è il senso del limite, che all’individuo come  alla  collettività  la   morte impone. Può darsi che l’etimologista Giovanni Semeraro abbia ragione e che fino ad oggi i filosofi si siano sbagliati e che gli stessi Platone e Aristotele abbiano capito male, intendendo l’àpeiron come l’illimitato mentre altro non vorrebbe dire che “terra”, “polvere”, “fango”. E’ curioso però che lo stesso autore, nel ponderoso dizionario della lingua greca (presso Leo S. Olschki,Firenze, 1994), alla voce “apeireisiòs” dia come significati essenziali i seguenti: “senza limite, senza divisione, infinito, immenso, innumerevole”.
“La società  industrializzata,come società in radice  cronofagica e panlavorista,iperproduttivistica e protesa verso il futuro,tendenzialmente immemore del passato, non riesca a darsi ragione della morte. Non l’accetta. Nel migliore dei casi, può subirla. Ma è chiaro che, malgrado i numerosi, spesso mirabolanti progressi delle biotecnologie e in  particolare della biogenetica, alla morte non ci è dato sfuggire.  Si  può aumentare la  longevità,  vincere certe malattie già considerate incurabili e il cui nome si osava pronunciare solo a bassa voce. Ma ecco che altri malanni si affacciano, fanno la loro inattesa e non proprio augurabile comparsa. Per un cancro che se ne va, ecco un AIDS che se ne viene.”

La via del grano

C’è la via della seta, la via del sale, la via dell’acqua..e c’è la via del grano.

Quest’ultima si snoda tra Campania e Puglia e veniva utilizzata per il trasporto del grano dalle terre care a Federico II, il signore biondo, fino a Napoli. 

Questo tragitto, noto come l’arteria stradale, che collegava nell’ ‘800 il Principato Citeriore e l’Ulteriore (le attuali province di Salerno e di Avellino con la Basilicata), fu costruito nel 1789 per volere del Re Ferdinando IV di Borbone su proposta del Marchese di Valva, Sopraintendente di Strade e Ponti.

La strada serviva non solo a congiungere i comuni dell’entroterra campano e lucano, da Eboli a Melfi, ma anche ad assicurare il trasporto del grano e delle altre derrate alimentari dalle fertili pianure della Puglia alla capitale del Regno.
Segno tuttora tangibile dello storico percorso è proprio l’Epitaffio, il monumento risalente al 1797, eretto nella periferia rurale di Eboli, che dal cippo prende il nome, recante un’iscrizione che ricorda ai posteri l’apertura della via. 

 

Il “movie placement copywriter”

“Taglia e cuce ma non è un sarto. Si tratta della nuova figura professionale del cinema, anche italiano. Si tratta del movie placement  copywriter, ossia lo scrittore che si occupa prevalentemente di sceneggiature sul grande schermo.
Lavora a contatto con le grandi produzioni e le aziende investitrici per inserire ( anche con fantasia) marche di prodotto nei film che il grande pubblico sceglie nelle sale.”
Fino a qui mi pareva una cosa cognita, come si diceva un tempo. Meno noto è quanto ho letto dopo e come attori e registi siano condizionati “tout court” dall’economia…Esempi se ne sprecano.
La pasta Garofalo in ” N Io e Napoleone”. Marchio che esisteva già all’epoca, ma non poteva essere conosciuta oltralpe. Il videofonino Tim di “Quo vadis baby” e ancora il pallone Wilson in “Cast away”, che addirittura diventa un vero personaggio, facendo compagnia al naufrago Tom Hanks. Storia che racconta, peraltro, l’avventura di un dipendente FedEx su un’isola deserta,  disperso assieme ai pacchi chiusi della compagnia di spedizione.

Morale del “product placement FedEx”: anche in situazioni estreme la società porta a termine il suo incarico. A proporsi alle agenzie di product placement sono le stesse case di produzione, che conferiscono poi il mandato di ricercare gli inserzionisti. Spesso i produttori danno mandato esclusivo, per trovare aziende in qualsiasi settore, oppure preferiscono limitarlo solo ad alcune scene. Se gli investimenti per i marchi che vogliono comparire nei lungometraggi oscillano dai 20 mila euro (solo per essere visibili) fino ai 350 mila (per far parte di un’azione centrale del film). Per “Et” i produttori avevano deciso che le sue caramelle preferite sarebbero state M&m’s, ma il marchio non ha voluto rischiare. La piccola azienda che l’ha sostituito ha successivamente quintuplicato le vendite.
Alcuni brand preferiscono affiancare un ruolo minore, ma buono, piuttosto che protagonista e vampiro”[..] Un personaggio di oggi che muove sicuramente il pubblico come Riccardo Scamarcio, ma anche chi imposta abbinamenti solo con personaggi cattivi”

Italia Oggi, 31 agosto 2007 – Marco A. Capisani

Dopo questa lettura m’è svanita la magia del grande schermo…

Festa medioevale

Sabato 22 o domenica 23 p.v. sarà un’ occasione da non perdere.

La “Festa Medioevale”, è il primo degli appuntamenti di un valido progetto: “Interpreti all’Abbazia”. L’evento sarà caratterizzata da Dame e Gentiluomini ballerini, con i gruppi vocali e strumentali Ave Gratia Plena, la Rossignol ed il contrappasso. 

Il progetto cavense , ossia di Cava dè Tirreni (Sa), prevede altri appuntamenti ed, in ultimo, un concerto di Angelo Branduardi.