“Thayaht, un artista alle origini del Made in Italy”

Dal 14 dicembre è stata inaugurata una Mostra che ha i numeri per piacere. Si tratta di Thayaht, un artista alle origini del Made in Italy  al Museo del Tessuto di Prato. Ne sono venuta a conoscenza per caso, assistendo al Tg Toscana “on line”. Conoscevo di Prato la sua connotazione di città tessile, ma anche i suoi problemi dovuti agli immigrati…

Ma chi era Thayaht? Basta cliccare qui per scoprirlo.

Il Museo è allestito nella “Cimatoria Campolmi Leopoldo e C.” , ossia una fabbrica simbolo della storia produttiva di Prato. E’ qua che i tessuti allo stato greggio “venivano rifiniti attraverso diverse fasi di lavorazione (follatura, tintura, garzatura, cimatura, calandratura). “

Leggo che il progetto espositivo della Mostra ” nasce dall’acquisizione di un nucleo di materiali inediti appartenuti al guardaroba personale dell’artista e si avvale della collaborazione di prestigiosi musei italiani nonché degli eredi della famiglia di Ernesto Michaelles. Progetti per tessuti, figurini, abiti e materiale fotografico, alcuni dei quali completamente inediti e sconosciuti al grande pubblico e alla critica, documentano la poetica e la creatività dell’artista nella progettazione della moda, da molti considerato un vero precursore del Made in Italy.  Le sezioni della mostra illustrano il rapporto creativo di Thayaht con la moda e il tessuto, presentando il profilo di un’artista eclettico impegnato per ben 15 anni nel settore della progettazione di abiti, accessori e tessuti: dagli anni della formazione, alla collaborazione con l’atelier parigino di Madeleine Vionnet, dall’invenzione della ‘tuta’ – il capo per il quale Thayaht, è universalmente conosciuto – all’impegno per la nascita di una ‘Moda Italiana’.”Rimando  qui per i dettagli e la conoscenza di Prato, città del tessuto.

Escher su Radio 3

Grazie al sito di Radio 3 Suite è possibile conoscere anche Mostre allestite anni or sono. Stasera ho ascoltato con piacere questo evento del quale fu curatore Bert Treffers. La Mostra fu ospitata ai Musei Capitolini e venne dedicata a Maurits Cornelis Escher (1898-1972), artista olandese che ha vissuto per circa un decennio a Roma.

“Noto a tutti per le sue metamorfosi, immagini surreali di oggetti e figure che si trasformano e trapassano le une nelle altre senza soluzione di continuità, descritte con una precisione lenticolare, l’artista viene presentato nella mostra sotto una luce nuova, che pone in forte evidenza i suoi legami con l’Italia”.

Nel Podcast si ascoltano il curatore della Mostra Bert Treffers, l’artista Luigi Serafini e il matematico Roberto Natalini , tutti sul grande Escher ,sull’incredibile effetto della ricorsività dove l’inizio e la fine vengono a coincidere fino a confondersi.Salita e discesa, concavo e convesso, questo è Escher, le sue litografie.Nelle opere dell’artista olandese ci si perde. Escher crea scale che riportano allo stesso punto, ossia nel nulla. I Musei Capitolini sono stati un adeguatissimo contenitore per la Mostra: non c’è al mondo nulla di simile alle scale dell’  Ara Coeli  e alla Scala della Cordonata : sono scale divergenti, una alla città di Dio l’ altra alla città degli uomini.

“In una lettera del 1920 Escher, appena ventiduenne, descrive in terza persona un’esperienza avuta mentre ascoltava uno di quei grandi organi, quasi unico ornamento delle chiese nordiche, protestanti. “D’improvviso”, così scrive, “nelle canne dell’organo si sollevò una tempesta e una voce tuonò annunciando la gloria di Dio”. Il resto  qui..

Il Progetto No-thing

Tramite Italica della Rai sono arrivata qua, un sito che consiglio perché la modalità del Podcast è ormai irrinunciabile.

Navigando navigando sono arrivata al Canale Musica e ad ascoltare la vita e il Genio di Schubert..

Trasportato dall’onda della commovente “Ave Maria”, il genio musicale di Franz Schubert naviga ancora oggi nell’anima del mondo, un mondo che lo accolse tra le sue fredde e bianche braccia nell’inverno del 1797: era il 30 gennaio. 
Fino all’adolescenza Schubert ebbe una splendida voce bianca, da soprano, con cui deliziava i partecipanti alle funzioni religiose  cantando nel coro parrocchiale di Lichtenthal.

Per questo venne scelto come cantore per la cappella di corte e mandato a studiare nel prestigioso Convitto Imperiale gestito dai Padri Scolopi. Direttore della cappella era il grande Salieri che insegnò a Schubert, il suo allievo prediletto, l’armonia e il contrappunto.Schubert soleva dire che dopo Beethoven nessun musicista avrebbe più potuto fare qualcosa di buono e Beethoven disse che in Schubert vi era davvero una scintilla divina. Beethoven non si sbagliava, se si pensa che Schubert, a neanche quattordici anni, aveva già composto sette quartetti per archi, musica da camera, varie sonate, musica religiosa e soprattutto molti Lieder, ossia tipiche composizioni tedesche per voci e pianoforte, che furono il suo cavallo di battaglia. Il Lieder sono, infatti, il cuore palpitante dell’arte di Schubert: perfetta integrazione di musica e poesia espressero appieno il profondo sentire del loro autore e gli donarono una fama mondiale.

Qui per leggere o ascoltare grazie al Downland il capitolo della Musica Barocca che “copre un lasso di tempo che va dagli inizi del 1600 fino alla metà del secolo XVIII, presenta uno stile artistico teso al recupero della “grandeur” degli antichi Greci. Potenza, teatralità, sviluppi scenici e decorativi maestosi fanno da specchio al fasto delle nascenti monarchie assolute europee”.

Cartoline dal ‘700

Jakob Philipp Hackert , ovvero l’ antesignano delle cartoline illustrate che avrebbero fatto la fortuna delle nostre città d’arte.

La sua creatura, il “guazzo napoletano”, riscosse successi e plausi e non solo alla Corte dei Borboni.
Come in un gioco di prestigio le tele materializzano il Settecento che visse l’artista, dove operò.
Scenograficamente precise, le sue  gouaches hanno saputo fermare l’attimo con la stessa implacabile precisione di uno scatto fotografico, trasfigurato dalla sensibilità di un poeta. La Scuola di Posillipo prese le distanze da quelle tele ridondanti di pescatori e navi, di greggi e masserie sparse: troppo commerciali le gouaches di Hackert, pur amate dal Re e custodite in gran numero nella Reggia di Caserta almeno quanto nei musei di mezzo mondo.

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Uno dei Templi di Paestum. Son visibili il fiume Sele e le bufale.

Nel 2008 venne voluta una mostra, in Italia nella monumentale Reggia di Caserta, con  tele dallo “ Staatliche Museen Preussischer Kulturbesitz” e dalla “Alte Nationalgalerie “ di Berlino, dalle realtà museali di Brema, Budapest, Dresda, Düsseldorf, Francoforte sul Meno, passando per il Museo del Prado e l’ Ermitage di San Pietroburgo.

Non è da meno Roma che contribuisce con tele della Galleria Antica di Palazzo Barberini.
I quadri che raffigurano i Porti del Regno, dipinti tra il 1789 e il 1792 per deco­rare gli ambienti della Villa Favorita presso Portici, rappresentano una folla di figurine pittore­sche e presepiali.
Le tele di Hackert tappezzano lo “Studio” reale nella Reggia di Caserta. E non solo quell’ ambiente.
Le gouaches del pittore di corte ritraggono i Reali, i loro passatempi, ma con una marcia in più racchiusa nella capacità di interpretare fedelmente la volontà di Ferdinando di Borbone, il suo voler dare un’unica identità ad una folla eterogenea di uomini e donne che costituivano il popolo del suo regno.

Il Re è accontentato: nelle gouaches dai colori pastello prende vita il suo popolo, i porti affollati di mercanzie, di navi, di uomini e donne con i costumi del regno.
Questo rese Hackert uno dei protagonisti più gettonati della pittura di paesaggio nell’ Europa della seconda metà del XVIII secolo.
Commissionati ai pittori da personaggi colti, nobili e dai figli della ricca borghesia europea in viaggio d’istruzione, le gouaches erano riservati a personaggi in buona parte dai gusti raffinati.

Costituita da pennellate rapide e decise con essiccamento veloce dei colori, la gouache era una tecnica già presente nella Napoli dell’epoca.
Oggi queste cartoline di Corte del Settecento restituiscono l’ atmosfera dei porti visti e ritratti da Hackert, del paesaggio vagamente bucolico e ignavo della “temperie” che dopo pochi anni, con la Rivoluzione del 1799, si sarebbe abbattuta sul Regno.

 

Non è mai tardi…

“Non è mai troppo tardi – Una rete per il Sud” è una produzione televisiva nata da un progetto tra il Ministro per le Riforme e l’Innovazione nella Pubblica Amministrazione e la Rai Radiotelevisione Italiana, per la realizzazione di una serie di trasmissioni televisive che hanno per tema l’alfabetizzazione informatica, i servizi innovativi della Pubblica Amministrazione, l’innovazione tecnologica ed il mondo del lavoro nelle regioni dell’Italia del Sud e nelle isole maggiori.”
Chissà se farà crescere davvero l’alfabetizzazione…

Gadda a Radio 3 Suite

Leggere i luoghi come assi cartesiani con i quali comprendere la grandezza di un’opera d’arte. Così nell’ottobre scorso si celebravano i 50 anni dalla pubblicazione de “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di C.E.Gadda. L’ opera usciva nel 1957, dodici anni dopo l’uscita dei primi capitoli sulla rivista fiorentina “Letteratura”. Storia e geografia del pasticciaccio sulla scia del territorio “reale” e quello reinventato dalla visionarietà di Gadda. La terra è la platonica “chora”, ossia una straordinaria matrice che contiente tutto e non è riducibile. Il livello di descrizione e rappresentazione gaddiano non è riconducibile o riducibile nemmeno all’ antagonismo tra spazio e luoghi. Nella puntata si parla dell’opera come di un gioco di prestigio e di propettiva…

Per continuare ad imparare la lezione di Gadda ecco il film di Germi  ( regista e dinterprete) e la messa in scena di Ronconi.