Seta da Re

“Ormai è vicina la Terra di Lavoro,/qualche branco di bufale, qualche/mucchio di case tra piante di pomidoro,/ èdere e povere palanche./Ogni tanto un fiumicello, a pelo/del terreno, appare tra le branche/degli olmi carichi di viti, nero/come uno scolo. Dentro, nel treno/che corre mezzo vuoto, il gelo”.
Se alla Terra di Lavoro va bene si avvantaggia dei versi tristi di PierPaolo Pasolini; in caso contrario le tocca lo spazio solito sui giornali locali e nazionali dove fanno bella mostra di sé notizie a dir poco inquietanti. Se ne avrebbe a male Ferdinando IV, monarca decisamente ambizioso che aveva formulato un progetto per il territorio: la creazione del più vasto impianto produttivo per la lavorazione delle sete e dei manufatti in seta esistente nell’ Italia di fine ‘700. Si trattava di un progetto-modello che prendeva corpo nella zona di S.Leucio nel casertano. Una struttura organica dotata di abitazioni, chiesa, coltivazioni e fabbriche, detta in soldoni. Roba da megalomani, non c’è che dire. L’area nella zona leuciana contemplava produzioni perfettamente integrate e funzionali alle lavorazioni eseguite in fabbrica. Un insediamento servì da modello e da apripista, un primo filatoio alla piemontese, che permetteva di assolvere alla complessa operazione di filare e torcere la seta meccanicamente. Per allestire e dirigere la manifattura Ferdinando aveva chiamato tecnici esperti dalla Francia e dall’Inghilterra, espatriati con non poche difficoltà a causa delle leggi protezionistiche esistenti nei loro paesi di origine.

Incipit di un mio articolo.

L’enigma di Piero

“La Flagellazione” di Piero della Francesca è senza dubbio uno dei dipinti più celebri del Rinascimento. Ma anche uno dei più enigmatici.  Chi sono infatti i tre misteriosi personaggi in primo piano, che non sembrano avere alcun legame con il martirio di Cristo? E perché l’evento è collocato in un contesto tutto quattrocentesco? La risposta di Roeck è che il dipinto nasconde una velata accusa di omicidio, costruita con i sottili strumenti artistici di cui Piero aveva piena padronanza e che gli permettevano di dialogare con i più eminenti umanisti e mecenati del suo tempo.

Inserito in questo codice culturale condiviso, il dipinto alluderebbe all’omicidio di Oddantonio da Montefeltro, giovane duca di Urbino, vittima illustre di un attentato nel 1444. Ma chi fu il principale beneficiario della morte del duca? In altre parole, chi poteva essere il mandante dell’assassinio? Attraverso una ricostruzione attenta alle fonti e sorretta da una rigorosa analisi formale, l’autore si mette sulle tracce dell’assassino di Oddantonio e del possibile committente dell’opera (naturalmente interessato a smascherarlo), guidando il lettore in un intrigante viaggio nel mondo delle corti rinascimentali.

Per l’ascolto sempre qui

Gli ‘ndunderi di Minori

Minori, ovvero “l ‘America della Costiera”. Non è stata la ricchezza a meritarle l’appellativo , ma una produttività che richiamava operai anche da altri paesi, soprattutto rivieraschi. Un lacerto di Campania dove ricorreva la parola  ‘ngiegno: la cittadina protetta da Santa Trofimena se ne serviva alacremente per produrre la pasta. Minori sinonimo di ‘ngiegni. Scriveva J.J.Bouchard, viaggiatore francese del XVII secolo, a proposito dei  maccaroni di Minore, ove si fanno li migliori d’Italia…veramente eccellenti, e di tutt’altro gusto che li usuali.  L’ ngiegno o marchingegno era una macchina piuttosto articolata, diversa per la pasta lunga e per la trafila corta. Vederne una riproduzione ( come è capitato a me ,ndr) basta a calarsi nel mondo descritto dalla Maria Orsini Natale di “Francesca e Nunziata”, in un reale dove sentire il vento che cambiava era essenziale: l’essiccazione della pasta non era cosa di poco conto o da prendere alla leggera. Il romanzo non è l’apologia di un mestiere: quello dei pastai di Minori era un mondo laborioso e concreto, sofferto.  

Facendo un passo indietro, scopriamo che gli ‘ndunderi sono i nobili discendenti delle “palline di latte” prodotte dalla “farina caseata” e condite di farro, secondo prassi antiche, con il “moretum” o salsa di erbe. Oggi, serviti con un succulento ragù di carne, vengono prodotti con una grattugia metallica atta a dare la tipica forma oppure  il “pettine di legno”.  Preparati per onorare S.Trofimena, dai “ macaronari” di Minori che, nel 1700, valicarono i Lattari per trasferirsi a Gragnano e impiantare la moderna industria della pasta.
Il marchingegno aveva struttura di macchina, ma sfruttava l’energia umana come le stampe d’epoca dimostrano abbondantemente.
Durante la lavorazione il sonno era bandito.Addormentarsi senza far turni non era possibile: la pasta sugli essiccatoi si doveva vegliare. Sbagliare poteva compromettere inesorabilmente il prodotto, un “lusso” che non ci si poteva permettere. Far “canniare” una partita comportava un danno non indifferente: la pasta ” canniata” era inadatta e friabile…

Giovanni Guarna,da Salerno

Tutti i turisti sostano davanti a lui durante la visita di prassi a S.Maria Novella, la prima, in senso cronologico, delle grandiose basiliche fiorentine. 

E’ in ottima compagnia lui: riposa in mezzo alla magnificenza creata da  Giotto, da Andrea Orcagna, Brunelleschi e Ghiberti, alla Trinità del Masaccio, agli affreschi del Ghirlandaio. Quasi quasi è da invidiare!

Serba le spoglie di un Guarna, salernitano “doc”,  e per giunta Beato, quel sepolcro in S.Maria Novella sotto l’altare maggiore. Ieri se ne ne aveva memoria. Oggi lo ri-conoscono solo gli “addetti ai lavori”. Provare per credere.

“Il beato fra Giovanni di Salerno fu di casa Guarni, una delle prime di quella città, oriunda dagli antichi Normandi che poterono tanto già nel Regno di Napoli. E ciò sia detto a laude e gloria del primo fondatore del nostro convento”. ( I parte )