Quando gli Usa la “incarrano”

Il “bookcrossing” nato in Usa mi ha come miracolata. Eh, sì, devo dichiararlo a chiare lettere. Il Bc si sta rivelando sempre più una sorpresa. Lo scambio di libri e il confronto sono quasi continui senza le punte di narcisismo esasperato dei blog.

Faccio un esempio. Ieri sono “approdata” ad una interessante iniziativa del mio quartiere che, forse, non avrei mai conosciuto. Surreale, mi direte…

Oggi mi è arrivato da Bologna un plico. E’ una corsara, come ci chiamiamo in gergo, che mi manda tre novità: “Mal di pietre” della Agus, vinto ad un gioco nel forum del sito italiano, una Schelotto che sto scoprendo solo ora a 53 anni ed un graditissimo pieghevole ricco di notizie sulla sua zona.Gongolo!

Non so se Paola mi legge, ma desidero ringraziarla qua dal mio blog, augurandomi che continui a trovare gradevoli i miei libri che le invio dalla costa. W Bologna!

Il mito e la storia

Una giornata al mare, un mare solcato un tempo dalle vele greche. Velia, nata intorno al 540 avanti Cristo grazie ai profughi della Focea,è nota anche come Ascea, ma non ne so il motivo. Era tardi quando ci siamo arrivati, ma il mare nel pomeriggio sa essere più godibile della mattina.

Il mare si spingeva fin sotto sotto il promontorio dove svetta quella torre che fu costruita molto dopo. Pochi chilometri più in basso, verso la Calabria, Palinuro e Camerota, due cammei della provincia. Di Palinuro son poco note le grotte. Il territorio è una groviera, in pratica! Un lembo di salernitano dove il mito è stretto in un abbraccio con la storia come se l’uno non possa fare a meno dell’altra.

Guerrieri si nasce

Finalmente tre giorni or sono sono salita lassù per conoscerlo. Mi raccontavano che rappresentava il Dio Alburno. Erano dieci anni che aspettavo un incontro. Lui è là ad oltre 1000 metri dal V secolo avanti Cristo.

Il sudore mi colava mano a mano che la salita aumentava di grado e nonostante la “nuvoletta fantozziana” mi proteggesse dalla lama del sole di mezzogiorno. Mezzogiorno di fuoco con le mosche che mi hanno assaltata come i Sioux un Forte di visi pallidi. Non pioveva da settimane.Il terreno era segnato da crepe.

A dirla tutta me lo aspettavo più imponente. L’età non la porta male. Certo è esposto dal quinto secolo alle intemperie e alla mano di vandali..

La visuale, a quella altezza e in quella posizione, è notevole. Sacco, però, non era visibile per via di un costone di roccia. Credo si vedesse il Cervati, la cima più alta della Campania. Ero emozionata e sudata, con il fiatone e non so quanti paesi si vedessero da lassù. Il guerriero sannita che è in lui lo si riconosce solo se si è esperti. Del cenotafio non s’è vista l’ombra, eppure doveva essergli vicino, data la funzione sacrale del luogo.

Ci tornerò a settembre con una blogger cultrice di archeologia….e racconterò ancora..

Sulle orme di Don Matteo

La penultima mèta del mio viaggio l’ho voluta a Gubbio.

I motivi erano due. La storia del lupo di Gubbio addomesticato da S.Francesco lo ha reso familiare a tanti, ma prima di tutto volevo curiosare nelle “location” dove è stato ambientata una delle “fiction” più amate. Nella chiesa di S.Giovanni ( parrocchia del protagonista nella fortunata serie televisiva)  un fioraio stava allestendo le decorazioni per un matrimonio imminente. Mi sono seduta qualche minuto tra i banchi: un violino suonava la più classica delle “Ave Marie” . Sono momenti nei quali hai un unico desiderio:fermare il tempo. Del resto la chiesa era fresca mentre,fuori, l’afa incombeva con la sua lama.
Poco più tardi un corteo goliardico accompagnava lo sposo, assiso su un trono un po’ ridicolo,in Comune. Ci siamo capitati nel bel mezzo perché la Casa comune degli eugubini è di fronte al Palazzo dei Consoli che ospita il Museo cittadino.
Entrambi sono opera del Gattapone, ossia Matteo Giovanniello, lo stesso autore della Rocca spoletina per capirci. Gubbio lo ricorderò per l’unico Museo che ha voluto farmi pagare il biglietto quando, per prassi, i giornalisti non pagano. E’ uno dei rari privilegi che ho goduto, soprattutto pensando alla mia incessante opera gratuita di divulgazione culturale.
Relativamente alla visita alla Cattedrale , che si può raggiungere anche via ascensore come del resto i Palazzi suddetti, scriverò un’altra volta..

Perugia di Rocche munita

Per visitare Perugia si può attraversare ( ed è consigliabile farlo sebbene ci siano anche il “tour” con le navette) un luogo suggestivo e antico: la Rocca Paolina. Mio marito ne è rimasto particolarmente suggestionato. A lui dedico questo post.
Il Cardinale Albornoz non si limitò alla città di Spoleto, edificando la maestosa Rocca che ha preso il suo nome. Anche Perugia porta i segni, sebbene meno evidenti, lasciati dall’alto Prelato. Parlo della Rocca Paolina che ha rapporti intimi con la storia cittadina e con la Santa Madre Chiesa.
Tra le campagne militari e il Cardinale Egidio Albornoz c’era una buona familiarità. Pur di riconquistare il potere della Chiesa nei territori della Tuscia e dell’Umbria il Prelato si mosse militarmente per conto di Papa Innocenzo VI, in esilio a Avignone. Fu allora che la città rientra sotto il dominio papale, e per ratificare questa rinnovato potere ecco un suggello “doc”,la costruzione della Rocca del Sole nel 1373 nel punto più alto della città, il Colle del Sole di quasi 500 metri. Ad edificarla venne chiamato un tecnico di prim’ordine: il progetto del Gattaiole di Gubbio costruì la più imponente e celebre fortezza dell’epoca. Ma ebbe vita risicata: dopo tre anni venne rasa al suolo in seguito alla ribellione dei perugini.

Gente “tranquilla”, non c’è che dire!

Quasi de secoli dopo un cambio al vertice. Nel 1540 Perugia perde la sua indipendenza, ultimo comune di Italia però. Capitò durante il papato di Paolo III Farnese. Motivo? La sconfitta nella ‘Guerra del Sale’. E per ribadire il riaffermato potere papale venne chiamato un altro tecnico di prima grandezza, Antonio da Sangallo (il Giovane). L’incarico era prestigioso: costruire una imponente fortezza, ma sul Colle Landone e distruggendo l’intero quartiere dei Baglioni. Va da sé che i Baglioni, che a Spello si fecero affrescare la mitica cappella dal Pintoricchio, era la famiglia perugina più invisa dal papa. Nella distruzione ci fece le spese anche il Borgo di S.Giuliano.

”A questo scopo più di cento case, ma anche chiese e monasteri vennero o rasi al suolo per ricavarne materiali per la costruzione o utilizzate come costruzioni della Rocca. I perugini dovettero attendere fino al 1848 (Repubblica Romana, 1848/49) per una prima, parziale demolizione dell’odiato simbolo del potere papale e infine il 1860 (Unità d’Italia) per la demolizione definitiva.”

Incanti di pietra

Questa chiesa spoletina è seconda, come importanza, solo al Duomo.

La sua facciata è abbacinante e grandiosa; è così rappresentativa che, affrontando le scale in pietra tufacea sotto l’afa delle 15,io quasi correvo per avere la visione di insieme dei bassorilievi che la fregiano.

Sono quasi venti ben distribuiti tra le divisioni di cornici orizzontali intersecate dalle larghe lesene verticali.Il tutto raggiunge un raro equilibrio compositivo che, a detta degli esperti, risulta quasi rinascimentale.Sulla facciata scolpiti nella pietra si ergono a guardare a Flaminia pavoni e contadini, colonnine tortili e peccatori, corvi demoniaci e Arcangeli, lupi, pentoloni e fauci.Un consiglio: girare per il sito e godersi lo spettacolo..