L’ antica Mutina

Una carissima blogger mi ha mandato in privato notizie molto succulente. Chi mi conosce sa della mia passione, per non dire patimento, per l’archeologia. Nella città in questione,poi, ci sono stata e ne ho ammirato la Cattedrale ( vi si svolsero i funerali di Pavarotti ) ,che era imbracata per un restauro, e i suoi musei. Rimasi colpita dalla sala riservata agli strumenti musicali.

Tornando a noi, la mia amica M.G. mi documentava della importante scoperta e la ringrazio.

“Vicino Modena è stata ritrovata una discarica di una nota griffe (detta in termine contemporaneo) antico romana: la Fortis, specializzata in ceramiche. La scoperta è avvenuta mentre si stava costruendo un edificio a poca distanza dalle mura di cinta dell’antica Mutina (nome etrusco di Modena). Scavando è emerso un suolo di età romana e 14 ghiande di piombo, in realtà dei veri e propri proiettili da “caricare” sulle fionde, usate, probabilmente, durante la “Guerra di Modena” del 43 a.C., scoppiata dopo l’assassinio di Giulio Cesare”.

Indagando, ho scoperto che vi sono state anche accertate le firme dei più importanti produttori di lucerne del mondo romano ad avvalorare un’ipotesi sul primato di Mutina in questo ambito. Erano i Ginori dell’epoca! “Si chiamavano Strobili, Communis, Phoetaspi, Eucarpi: le loro lucerne illuminavano l’impero, i loro prodotti inondavano i mercati di tre continenti”. Per la fine di dicembre una selezione dei materiali più significativi sarà esposta nelle nuove vetrine in allestimento al Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena.

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La Movida? Oh yes!

Un’ora fa si è conclusa una piccola maratona che ha visto coinvolti alcuni studenti dell’ITIS “B. Focaccia” di Salerno. Muniti di telecamera,luci,microfoni ci siamo proiettati ad intervistare la città che si prepara alla Movida del fine settimana. Alcuni dei genitori sono intervenuti e questo mi ha fatto molto piacere.

La Movida nasce in Spagna, ma ora interessa le metropoli europee e, da un pò, anche la mia città d’origine. E’ una massa abbastanza goliardica di giovani e meno giovani che passeggia,chiacchiera,mangia in alcune zone di Salerno prospicienti quasi il mare. E’ uno spettacolo! Con un gruppo di alunni noi stiamo preparando un dossier che andrà in onda su una televisione satellitare.

“La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe”

Una pausa alla narrazione della Salerno che fu.

Per la prima volta nella mia vita ho partecipato stasera ad un Gruppo di Lettura. E’ operante nella mia zona, ma ne ho avuto notizie tramite il web. Dopo aver ascoltato le conclusioni scaturite ( siamo tutte donne e ci riuniamo in una piccola libreria) dalla lettura di un libro precedente si è deciso il prossimo, in vista dell’incontro che avremo con l’autrice, Luisa Muraro. Di lei, filosofa che lavora nell’Università di Verona, leggeremo “La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe”.

La “mia” Hippocratica civitas

Continuo la storia lasciata sospesa, creata sopo la lettura di un nuovo saggio su Salerno.. e divenuta da poco un articolo per “Agire”.

In quel 1632 Jean-Jacques Bouchard non poteva certo assistere alla fioritura che Salerno conobbe nei secoli successivi, quando decise gli interventi urbanistici che ne ampliarono l’antico assetto ed avviata, tra le altre cose, anche la costruzione del massimo teatro cittadino che, per gusto e scelte architettoniche, strizzava l’occhio al S.Carlo per quel porticato accessibile alle carrozze che lo connota ancora oggi.

Quando nel 1632 Jean-Jacques Bouchard arriva a Salerno erano evaporati i tempi della città normanna ,la stessa che vide Roberto il Guiscardo costruirsi una reggia, Palazzo Terracina. La Salerno del ‘600 non aveva l’appeal della “Hippocratica civitas”, della città strategicamente rilevante che non sfuggì né ai bizantini né ai normanni e tanto meno ai longobardi, la Salerno della reggia arechiana quando confluivano sul suo mercato i prodotti delle fertili terre, vanto del Principato Citeriore, dai vasti agri di Nocera-Sarno e del Tusciano per intenderci. Una città medioevale che esportava soprattutto in Sicilia e nei paesi dell’Africa mediterranea. E già questi pochi dati bastano a trasportarci nell’età di mezzo, entrata di peso nell’ immaginario collettivo contemporaneo, evocando sfide, balestre e duelli con tutto il loro “allure”. In un tempo cadenzato da valori effimeri e “virtuali”, instillati dalla pubblicità e non dalla tradizione o dal buon senso, il passato assume un innegabile fascino. Ecco, allora, che il medioevo, al quale beninteso non mancarono zone oscure, esercita una seduzione soprattutto quando prende forma di torri, saettiere, follari, ponti levatoi e reperti bronzei. Chi si fosse aggirato per le strette vie della Salerno dell’XI secolo si sarebbe imbattuto in una pleiade di artigiani: sediari,orafi, canapari, sartori con un’operosità che ancora traccia ha sedimentato nella toponomastica e nell’urbanistica salernitana.

II PARTE

Salerno? Una torta millefoglie!

“Il 19 maggio, giorno dell’Ascensione, Orestes, avendo trovato la comodità di una barca che partiva per Salerno, si imbarcò, dopo aver pattuito il prezzo della traversata per sei carlini. Passò le bocche di Capri….[..]. Il capo di Massa per gli ulivi, i limoni, gli aranci e le altre belle piante, che ornano tutto il resto della costiera fino a Salerno è molto delizioso, tanto che si ha la sensazione di trovarsi in un paese incantato fatto per il piacere delle fate”.
Anno 1632. Chi scrive è Jean-Jacques Bouchard
, parigino,aristocratico, formato nei migliori collegi religiosi di Francia e,nonostante questo, avventuriero colto e libertino. Una figura comune durante l’epoca barocca. Il nobile francese conosceva l’arte del vivere e vi si dedicava senza pentimenti: votarsi al servizio dei signori aveva i suoi bravi vantaggi. Quando arriva nella nostra città Bouchard ne ricava un’ impressione negativa perché annota:” molto sporca e molto somigliante ad un villaggio, le strade essendo strette..le case mal costruite eccettuato qualche palazzo”. Un nobile con l’albagia che connotava il suo rango? Forse, ma come dargli torto: tre anni prima Salerno aveva vissuto una delle disastrose alluvioni della sua lunga storia e non si era ancora ripresa. In più, agli inizi del ‘600, era una città troppo affollata, forte solo di pochi e fatiscenti palazzi: erano ancora lontani gli anni che la videro munirsi di magioni eleganti e corredate da imponenti portali, volute dai D’Avossa, dai Pinto e dai Carrara.
Lontani anche i tempi che videro circolare periodici liberali quali “La saetta” e “Masaniello”, diffusi a Salerno in barba ai divieti del governo borbonico.

I PARTE

Il “merveilous palaiz” di Roberto

Ho scelto due foto tra le tante scattate durante l’ultimo POF.

Prima , però, una immagine particolare: mostra la Salerno del ‘500.Nella stampa si notano ancora le porte e le mura che la chiudevano.Questa , invece, ritrae l’interno del quadriportico della nostra Cattedrale dedicata a San Matteo. Il monumentale Duomo fu voluto dallo stesso uomo che strappò la città ai principi longobardi: il normanno Roberto il Guiscardo ( l’ Astuto).E lo fece anche dando sua sorella Sichelgaita in sposa all’ultimo dei principi che governarono Salerno. Quest’altra mostra quanto rimane ( poco a dirla tutta) della sua reggia, Palazzo Terracina. Pare che il mare arrivasse sotto le sue mura e che vi fosse anche un piccolo porto. Costruito per volere di Roberto dal 1076 al 1080,il Palazzo sorgeva magnifico a ridosso delle mura orientali della città e sulla sommità di un’altura, scelta dettata da esigenze di sicurezza militare e non solo.Era un modo per marcare la presenza normanna accanto alla cattedrale ( le due opere sono limitrofe), voluta per sancire l’accordo faticosamente raggiunto con il potere religioso. Due monumenti eretti per esibire la grandezza della nuova dinastia regnante.

Simbolo del potere civile, la reggia normanna si poneva in contrapposizione, ed allo stesso tempo, in continuità sul piano politico e su quello formale, con la sfolgorante reggia del longobardo Arechi II della quale ci rimangono ( ahimè) solo e soprattutto alcune colonne seminate nel centro storico insieme alla narrazione di Paolo Diacono. Il quartiere nel quale venne edificata la reggia di Roberto costituiva la nuova zona di espansione urbanistica cittadina. Salerno vive la sua epoca normanna.

Nel 1086 l’ inexpugnabile castrum, il merveilous palaiz, era stato terminato. Ma ebbe vita breve,solo due secoli per la residenza ufficiale a Salerno.Nel 1275 si voltò pagina.

Ma questa è un’altra storia.

Il Dna di Salerno

Le tracce per recuperare il volto della “Hippocratica Civitas” , della città strategicamente rilevante che non sfuggì ai longobardi nè al potere bizantino né al normanno, hanno aspetto e forma di nummi, colonne,sepolcri, scarti di fornace e lastre di sepoltura, lucerne e reperti bronzei.

L’opulenza di Salerno era scritta nel suo Dna, collocata com’era sul mare e favorita dalla vasta piana che si stendeva a perdita d’occhio quasi dai piedi del Bonadies in avanti. Una data di nascita quasi certa, il 197 a.C., e pure un ruolo che, la colonia marittima di Salerno coeva a “Buxentum” e “Regium”, rivestiva nello scacchiere commerciale, marittimo e militare del Mediterraneo. Meno accertata, almeno in via definitiva, l’originale collocazione del “castrum” romano nato per monitorare, come si direbbe oggi, l’attività degli irrequieti Piceni, esiliati (e puniti due volte) nell’agro che si spalma sull’attuale Pontecagnano ed oltre. Il “castrum” nasce poco lontano dalla città italica sorta presso un fiume e forte di un porto.

Ancora Des Esseintes

“A ritroso”, altra traduzione del romanzo, è un testo basilare per cogliere una delle note del “decadentismo” d’oltralpe. Pregevole è, a mio parere, la parte del testo in cui il protagonista parla della propria biblioteca, nella quale si trovano testi della decadenza antica, quelli, per intenderci, che abdicano ad una visione “idilliaca”, aurea, solare, dell’uomo. Trovano posto gli scrittori post classici che, pur rimpiangendo il passato, ne prendono di fatto le distanze, esasperando la forma o scimmiottando quel passato. Da Petronio agli eruditi del II secolo, dagli scrittori ellenistico-romani alla cultura bizantina la biblioteca di Des Esseintes è più frutto dell’immaginario che del reale vissuto.

Un amico blogger mi lascia in commento una “soffiata” che evidenzio, ma non prima di aver indagato sull’opera che cita. Scopro in cosa consiste “A ritroso” che narra l’incartocciamento di un’anima ” nevrotica, eccessiva e malata”. Il protagonista è lo stesso del post precedente. Di esso vengono narrate una serie di caratteristiche quali ” l’eccitazione febbrile, la spossatezza fisica e mentale, le stravaganze, gli eccessi, i deliri, le visioni e le crisi”.

Scopro che per il personaggio è adatto l’appellativo di “antiuomo”, visto che apprezza ciò che è inanimato. Sua tensione pare essere,in seguito ad una esistenza di eccessi e vizi, quella di “allontanarsi da un mondo che ritiene corrotto dalla stupidità e dalle convenzioni”. Nel romanzo “A ritroso” non ci sono accadimenti o eventi: ogni suo segmento svela le elucubrazioni, le visioni e le passioni estetiche di Des Esseintes.

Alla scoperta de “La Malcontenta”

Andrea di Pietro dalla Gondola appartiene ad un’epoca che sapeva circondarsi di bellezza: nel ‘500 banchieri e porporati, Papi, aristocratici e mercanti tesaurizzavano opere d’arte come status symbol.
Le dimore erano griffate. I loro proprietari facevano a gara, a volte non lesinavano colpi bassi, per accaparrarsi l’artista del momento. Molti erano lungimiranti per nostra fortuna, e convogliavano in ville, chiese, affreschi, tele e giardini, il denaro lucrato. I frutti li cogliamo oggi. Forse è provvidenziale per un’epoca votata alla volgarità ed alla banalità.
Figlio di un mugnaio, Andrea studiò le antichità romane e Vitruvio con risultati a dir poco stupefacenti. Artefice delle ville che costellano i Colli Euganei, delle chiese e dei palazzi pubblici e privati che impreziosiscono Vicenza, Venezia e l’intero Veneto, il Nostro ha seminato bellezza, trasformando il territorio,assurgendo al ruolo di architetto della Serenissima, e divenendo, nei secoli seguenti, l’architetto più imitato ed interpretato al mondo. Destinato alla gloria ed alla fama per quella mistura di Dna e cause provvidenziali che è monopolio del Genio, paradossalmente varcò di rado i confini della Repubblica governata dai dogi.

Per conoscere l’ opera di Andrea Palladio ci si può affidare alla Mostra Palazzo Barbaran da Porto a Vicenza oppure all’itinerario delle Ville Palladiane a Vicenza. Meglio sceglierne una, forse la più suggestiva, non fosse altro per il nome che la connota e per gli inquilini, la famiglia di Antonio “Tonci” Foscari,che la abitano alla luce delle candele. La Villa, detta “La Malcontenta”, doveva attirare le telecamere di “Bellitalia” per legge di natura.

Sabato prossimo Rai 3 alle 12 e 55 “Bellitalia” darà spazio al Genio che il mondo ci invidia.