I Longobardi tra noi

Solo una oligarchia culturale salernitana è conscia del debito che la “Hippocratica Civitas” di ieri e di oggi  ha contratto verso il longobardo Arechi e, di più, verso Adelberga,la dotta figlia di re Desiderio che alla morte del marito Arechi continuò la sua politica, supportando il fratello Adelchi durante il suo esilio. Lei, sorella della più celebre Ermengarda, discepola del carismatico Paolo Diacono, principessa longobarda che volle per Salerno l’acquedotto, quel Ponte del Diavolo che cavalca ancora via Arce ( un “lapsus” fattomi appena notare,ndr),a garantire il rifornimento idrico a parte del centro storico.

Incontrare Arechi ed Adelberga,etimologicamente “protezione della nobiltà”, non è complicato. Ce ne offre uno spaccato il “Chronicon Salernitanum”, ossia una sorta di favola capace di immergere nel “milieu”  che respirarono i principi e lo stesso splendore della corte che occupava l’area dell’attuale S.Pietro a Corte.

Ma per addentrarsi con agilità felina in una fascinosa civiltà longobarda, per sentirla addirittura propria bisogna seguire un’altra strada ed affrontare la lettura dell’opera di Marco Salvador. Friulano “doc” , il Nostro ha dedicato parte della sua vita ad un atto di giustizia a tutti gli effetti, utilizzando gli strumenti della penna e della ricerca storica. Nei tre dei suoi fortunati romanzi si spalma la presenza che, più di ogni altra, ha costruito il Medioevo della penisola e che, come sublime canto del cigno, trasformò Salerno nell’ultima isola longobarda di Italia, quella “Langobardia minor” , nata dal trasferimento in città della capitale da una Benevento ormai minacciata. Una “gens” che si raggruppava nelle fare, i Longobardi, inizialmente adoratori di Odino.

Intendiamoci, l’opera di Marco Salvador è testardamente storica, riconosciuta valida dal fior fiore degli studiosi dell’Alto Medioevo e, ciononostante, stimolante per incedere e per ambientazione, fantasiosa quanto basta. Un menù equilibrato e digeribile che compone una trilogia: “Il Longobardo” , “L’ultimo longobardo” e “La vendetta del longobardo”, tutti editi da Piemme.

Sulle dracme di Elea

Può una moneta antica permettere di accertare dati su un insediamento umano? La domanda è in odor di retorica. Parlo di dracme e di Velia, punto uno. Parlo di un fonema scomparso ( digamma) e del suo rinvenimento su una dracma eleatica ( come si chiamò più tardi Velia) in uso nella città baciata dal mare di Palinuro, per capirci.

La città “in terra di Enotria”, era già nota alle rotte commerciali antiche e forte della denominazione mitica di Hyele, la Ninfa della sorgente dove sorse. Pare che rapporti Focei-indigeni sia stati improntati alla cordialità ( anche perchè i coloni greci erano scampati al massacro di Alalia) e che si fusero rapidamente. Lo dimostrerebbe una dicitura su rarissime dramme che riportano ” un lodevole scrupolo ortografico: a rendere il suono del V, ormai desueto nel dolce dialetto ionico, s’incise l’arcaico digamma   iniziale del nome della città.”
Velia, Elea, Hyele, forse più che bella, ridente e suggestiva all’ignaro navigante che, doppiata la paurosa rupe di Palinuro, aveva appena superata la stretta punta di Ascea. Principalmente per la scenografica disposizione ionica dell’abitato sulle digradanti terrazze del roccioso colle, che si slanciava deciso a fendere il mare.

Per capirci meglio ho interpellato via mail una accorsata docente, esperta in numismatica antica: la curiosità si fomenta con il sapore arcaico delle cose incontrate oltre che ignote. Mentre aspetto lumi ho cercato di rispondere alla domanda: cos’è il digamma? Il web mi ha dato una prima risposta.

“La lettera Digamma (dal greco antico δίγαμμον) o Vau è una lettera arcaica dell’alfabeto greco, usata anche come numerale.
La lettera rappresentava la consonante labiovelare approssimante /w/.Il suo nome originale è sconosciuto, ma era probabilmente αυ (wau). Venne chiamata in seguito ‘digammà (doppia gamma) a causa del suo aspetto. È attestata in iscrizioni in greco arcaico e dialettale.
Nel sistema numerale greco classico rappresenta il 6″.

Il “Kairos” dei greci

Nella chiesetta sulla Acropoli di Velia, e in dettaglio, nel piccolo lapidario sono state ritrovate stele di arenaria dedicate ( in greco e latino) a varie divinità.
Su una di esse vale la pena puntare l’attenzione. Si tratta della stele votata a “Kairòs“, caro particolarmente ai Sofisti. Il Dio è legato alla retorica di Aristotele per il quale è “il contesto del tempo e dello spazio in cui la prova sarà affrontata”.

“La nozione di kairos è indissociabile della parola greca, è indissociabile anche da un contesto che è quello della Grecia dello IV e del V secolo a.C. È indissociabile quindi da un’epoca in cui l’azione diventa autonoma e non dipende più dalla volontà divina, la necessità di osservare il kairos è liberata per i Greci delle loro esperienze in settori multipli”.

A quanto leggo il tempo del Kairos è quello che chiamiamo occasione, ed è un tempo il cui discernimento urge in molti settori, dalla medicina alla strategia ed alla politica.

Qui per una sua rappresentazione iconografica.


Gli spaghetti della Costiera amalfitana

Oggi è arrivato un numero doppio de “Il Follaro” organo ufficiale della CCIAA di Salerno per il quale scrivo di tanto in tanto. Il nome è particolare e lo spiego: deriva da una antica moneta battuta da Roberto il Guiscardo ad imitazione del “follis” bizantino.

Tra gli articoli leggo un pezzo relativo alla mitica Costa d’Amalfi, quella che incantò finanche il Duce, il Benito insomma. L’articolo racconta di una tradizione che io ignoravo. Si sa che nella gastronomia di Amalfi ( e dintorni ) la Pasta recita da prima attrice. La leggenda la vuole introdotta da Marco Polo, si sa. Ma non sono cinesi le prime forme di pasta, ossia gli “nunderi” e,poi, le “lagane” e i “ricci” inventate dalle mani di massaie e antichi maestri pastai.

Un piatto sa raccontare più di altri il territorio, la povertà di altri tempi con ritmi diversi dai nostri e una condivisione oggi inesistente, una creatività unica. Parlo degli spaghetti al pesce fuiuto (scappato). Son conditi con olio, aglio, prezzemolo e il profumo  di un pesce inesistente. Come è possibile? Semplice: un bicchiere d’acqua di mare aggiunto nella pentola di cottura degli spaghetti orfani ..et voilà!

Madre Natura

“Perché l’uom morrà, cui fresca /nel giardin la salvia cresca?/Perché farmaco più forte/ dello stral non v’è di morte./Della salvia i nervi allena/ l’uso,il tremito raffrena/ delle mani, ed anche aiuta/ a scacciar la febbre acuta./ Chi castor, nasturzio e vera/ atanasia, e primavera,/e lavanda e salvia unisce,/la paralisi guarisce.Salvia, inver sei salvatrice/ di natura emulatrice.”
Rimedi semplici quelli della Scuola Medica Salernitana. Soluzioni fitoterapiche, come si direbbe oggi, usati da Garioponto, Silvatico e Trotula Dè Ruggiero, una delle più eminenti dottoresse della Istituzione.
Rimedi semplici che, tuttavia, necessitavano di conoscenza e di pratica su campo. Nei Monasteri benedettini (e non ) della “Hippocratica civitas” fruttificavano gli Orti dei Semplici, muniti di molte specie cui si riconoscevano proprietà farmaceutiche e curative. Semplici perché tali erano note le erbe usate, quali issopo, valeriana, salvia, ruta , menta, malva, le stesse che erano state sistematicamente illustrate, nel I secolo d.C.,  da Dioscoride Pedanio di Anazarba, medico e naturalista greco nato in Cilicia,studente di medicina e farmacologia a Tarso. Il “De Materia Medica” , alias il vademecum di riferimento per la farmacologia ufficiale per oltre un millennio e mezzo, consta di cinque libri, divisi in 827 capitoli.

Il “Flos medicinae Scholae Salerni”


Ostile, ostilità, osteggiare appartengono pervicacemente al Dna umano come i caratteri genetici dominanti. Sufficientemente radicati nella prassi dei rapporti interpersonali, sebbene sostituiti ormai da sinonimi anglofoni, i figli del latino “hostis” non passano mai di moda, e, sotto mentite spoglie, si declinano con “vis” creativa persino nel linguaggio della pubblicità, rinvigorendo un “brand”,per esempio. Espressione linguistica che condensa un significato esclusivamente negativo,l’ hostis ingaggia con successo un corpo a corpo con il buon senso,degno com’è di un circo romano. Eppure a dar retta a Cicerone non è stato sempre così: in origine il termine non denotava il nemico, accezione che risulta di recente attribuzione. L’ “hostis” era, più genericamente, l’estraneo, contrapposto ad “in-genuus”, per capirci, ossia a colui che apparteneva per nascita alla comunità assunta come riferimento. Addirittura più universale il significato secondo le lingue indoeuropee: il significante “hostis” rimandava allo straniero e,contemporaneamente, all’intero repertorio delle accezioni semantiche dell’alterità, ossia estraneo,forestiero,nemico, strano, spaesante, designando tutti coloro che erano percepiti come “altri”.
L’ “hostis” latino si traduce nel greco “ xenos”, connotanti entrambi sia lo straniero sia l’ospite, senza una prevaricazione dell’un significato sull’altro. Chi si presenta come “straniero” è immediatamente anche “ospite”. L’alterità, in qualunque epifania si palesi, è l’ossigeno per la costruzione e la definizione della nostra stessa identità. “Hostis” ed “hospes” segnalano due dinamiche che si intrecciano, suscettibili di convertirsi l’una nell’altra. Figlio di “hospes” è il termine “ospedale” , parola oggi ansiogena, ma che ben altra ricaduta sortiva sull’animo dell’uomo medioevale privo di comfort, di telefono, di autogrill e di quanto altro fa fieri noi uomini del Terzo Millennio.
La Salerno benedettina prossima per eccesso e per difetto all’Anno Mille, la “Hippocratica civitas” con un prepotente affaccio sul mare, era multiaccessoriata tra fiumi, orti dei semplici, conventi, chiese ed ospedali, forte di un “milieu” che, se da un lato si giovava dell’esperienza filosofica greca di Elea, dall’altro respirava a pieni polmoni le rotte commerciali di Amalfi. Una realtà, la sua Scuola Medica, spesso fatta oggetto delle più disparate filiazioni e resa grande da Alfano I, Costantino l’Africano, Trotula,Matteo Selvatico, Garioponto, fiorita in una città dal carattere cosmopolita poi perduto inesorabilmente. Un “look” , il suo, da cittadella monastica con un asso nella manica, i Benedettini. I seguaci del Santo di Norcia vi si stabilirono sul finire dell’ VIII secolo su esortazione di Guidobaldo, monaco longobardo di Benevento,previo il consenso alla fondazione di un monastero da parte del Principe Grimoaldo. Non a caso un ospedale, forse il primo della città, fu eretto nelle vicinanze di San Benedetto. Non sarebbe stato l’unico né l’ultimo. Presto sorse un altro ospedale, l’ospizio S. Massimo, e, prima del 1163, anche una realtà nota come S.Lorenzo,collocata nell’attuale rione Carmine, in pratica “extra moenia” ,dando fede ad Ersacio, Gran Camerario di Puglia e Terra di Lavoro. Una assistenza diffusa come le stesse scuole di medicina, protostoria della “Hippocratica civitas” , non ancora dissepolte nella loro dislocazione. Alla città medioevale appartenne anche l’ospedale di S.Giovanni, fondato da un arcivescovo salernitano nell’ultimo ventennio del XII secolo per dare ricetto agli ammalati in transito.
Fiore all’occhiello della “hospitalitas” cittadina, ma rimasto fuori le mura fino al 1300, fu voluto da un rampollo della potente famiglia D’Aiello, committenti dell’imponente omonimo ambone nella Cattedrale normanna. Spesso ubicati lungo le strade di grande comunicazione, queste realtà provvidenziali fornivano asilo e assistenza a viandanti e a pellegrini malati. Capitava anche ai poveri locali di usufruirne. Mano a mano si dotava la città antica, voluta dalla “Lex Atinia” romana, sulla costa, per controllare le irrequietezze dei Piceni deportati nella limitrofa piana. Ospedali e orti dei semplici scrissero i primi capitoli della Scuola Medica, una protostoria, unitamente ad altri luoghi di cura dei quali è rimasta traccia solo nei fondi membranacei e non.
E se dall’ analisi critica del monachesimo occidentale emerge il dato singolare che esso non tenne conto delle malattie e dei malati sino al VI secolo d.C. , San Benedetto con la sua Regola vibra un colpo di timone a questa traiettoria,dimostrando una nuova sensibilità che apportò un significativo e consistente cambiamento culturale che non poche ricadute ebbe nello spazio e nel tempo. Con il capitolo trentasei del suo insegnamento il santo di Norcia stabilì che ” bisogna prendersi cura dei malati prima di tutto e al di sopra di tutto” .
Il battistrada della Scuola Medica Salernitana era costruito. Veniva tessuto il “back ground” di quella “Hippocratica civitas” che si giovò della presenza dei benedettini, fiume carsico che ha attraversato non solo la storia dell’uomo, ma che, con l’operato degli amanuensi e nelle biblioteche disseminate per l’Europa, ha assicurato ai posteri giacimenti culturali dei quali non saremo mai sufficientemente riconoscenti. Alle mani di tanti monaci dobbiamo un patrimonio suggellato negli “scriptoria“ , “sancta sanctorum” per l’ eredità più preziosa del mondo antico.
Una prospettiva morale, quella di Benedetto, che seguiva la via adamantina della trascendenza senza dimenticare la terra: il monaco non doveva mai disgiungere la ricerca di Dio dall’ attenzione sollecita e operosa nei confronti delle necessità degli uomini.
Dall’VIII secolo in poi Salerno si andò dotando di monasteri benedettini ( S.Massimo,San Nicola della Palma, S.Giorgio, S.Sofia, San Lorenzo, San Michele) e ,di conseguenza, anche xenodòchi, prima città dell’intero bacino del Mediterraneo ad esserne tanto munita. Baciata da un “melting pot” effervescente per il sapere dell’Oriente musulmano ed ebreo, greco e latino, Salerno fiorì nel periodo più buio che la storia umana ebbe a scrivere. Durante i lunghi secoli del Medioevo nella “Hippocratica Civitas” non sorsero solo Cattedrali e regge, ma prima di tutto ospedali.
Città millefoglie, Salerno, avamposto romano sorto dopo la distruzione di Irna, affacciata sul Tirreno e difesa da porte come un fortilizio. Ciònondimeno accogliente. Lo testimoniano i riscontri fuori del Regno e della Penisola e la fama raggiunta dai medici salernitani coevi di Alfano, Plateario e Garioponto. Il tutto senza dimenticare il retaggio benedettino, quella “hospes” assurta ad un gradino tanto alto come rare volte è accaduto nella storia dell’umanità.
Salerno ne cantava l’apologia con un’accoglienza dal sapore orientale e i precetti di quella Scuola Medica, prima d’ Europa, nota alla Corte di Francia fin dal Medioevo. Vanto di una città mediterranea con una sua grinta mercantile che con i normanni coniò i tarì, ad imitazione degli omonimi arabi, e seppe imporre la moneta nelle transazioni commerciali. Una città ancora fiera del suo “Regimen Sanitatis” , nato per impollinazione. Gloria della “Hippocratica civitas” più delle sue bellezze artistiche ed architettoniche.