La maledizione di Caravaggio

Nasce nel 1609 a Palermo.
Sulle mani del suo creatore c’è sangue : lui ha conosciuto la prigione, le risse, i quartieri bassi, i colpi di spada e di coltello.
Michelangelo Merisi è appena evaso da un carcere maltese; inseguito da una condanna a morte  soggiorna per qualche tempo in Sicilia, realizzando il dipinto della “Natività“ per l’Oratorio di San Lorenzo a Palermo.

Nativita_con_i_santi_Francesco_e_Lorenzo

“Il critico Roberto Longhi l’aveva definita “l’opera meglio conservata tra quelle che il Caravaggio aveva prodotto in Sicilia”.
La scena della nascita del Bambin Gesù è presentata nella semplice forma del presepe, mentre l’ambientazione è nella stalla indicata in alto dalle travi e dalla dimessa sistemazione della Madonna e del Bambino.

L’angelo dall’alto taglia la spazialità fisica e mentale della composizione scenografica recando il cartiglio della messa natalizia”.

La tela rimane nella chiesa palermitana ad insaputa di tanti per 360 anni; vi rimane fino al suo furto ad opera della criminalità organizzata.
I ladri son maldestri e la rovinano.

Rimando qui per capirne di più e riepilogare questa tristissima vicenda made in Sud, la storia e il giallo di un’opera straordinaria, fatta oggetto di distruzioni, sparizioni, seppellimenti e passaggi di proprietà mafiose.

A detta di un pentito, la tela sarebbe ancora in vita e verrebbe esposta dalla mafia nel corso dei summit come simbolo di potere.

A scuola d’arte con Rai Due


Una lezione da non perdere seguendo questo link.

Vi si potrà ascoltare un esaustivo intervento di Antonio Paolucci relativo a Giovanni da Rimini e la sua pittura elegante, classica, preziosa, (forse) derivante dal mondo bizantino; e,poi, su Giotto, con la sua lingua figurativa che tracima dalla costa riminese e la stessa pittura trecentesca riminese.

Durante la lezione ci si imbatte nella Sacra Icona della Madonna Glicofilusa.

I riminesi, figli della costa e della pianura che si affaccia sull’Adriatico, detengono una egemonia certa in campo pittorico per buona parte del 1300.

Loro saranno i primi artisti, ancora prima di Bologna, a rispondere positivamente al messaggio nuovo di Giotto, capaci di connotarlo con una specificità di linguaggio tutta loro, affascinante come dimostra l’affresco nella Chiesa di S.Marco a Jesi.

Il tutto è raccontato con il linguaggio competente eppure lineare e semplice di Antonio Paolucci.


Il Cilento su Rai Due

Foto degli anni ’60 del secolo scorso

Ho appena inviato al direttore del settimanale “Agire” un  nuovo articolo.

Riguarda San Severino di Centola (Sa), borgo abbandonato cilentano che si affaccia sulla Gola del Diavolo.

Mio marito vi ha effettuato riprese in estate, immagini che, montate, sono state inviate a “Montagne” di Rai Due.

La Madonna dello zafferano

Ho scritto a metà di gennaio questo breve raccontino semplicemente leggendo un articolo.

Da Bominaco il Monte Gorzano era ad un tiro di schioppo, o di sputo come amavano dire in paese.

Da lassù il mare verde in primavera era ben visibile, bastava aver pazienza che lo scudiscio della tramontana finisse di lisciare i faggi e le loro capigliature: Stefania imbracciò la sua Yashica e scattò uno, due, tre volte in direzione dell’altopiano di Navelli punteggiato di macchie di crochi, oro rosso che sua nonna Rosa conosceva sin da piccolina allorquando venne su con la madre Angela, una montanara ruvida ed espertissima nella preparazione dei dolci allo zafferano.

La Cappella della Madonna dello Zafferano la obbligava ad una sosta. Non era il suo aspetto ad attrarre i curiosi quanto la leggenda del quadro che ritraeva una Vergine del 1500 come tante.
Stefania entrò oltre il piccolo nartece e prese a fotografar dettagli della pietra di quella che era stata, dicevano, un’antica taverna.

“Una notte vi sostò un pittore itinerante e squattrinato. Non avendo come pagare, si offrì di lasciare una sua opera e prese a ritrarre una Vergine, ma i pigmenti non bastavano”- la nonna modificava la leggenda, ne era certa: ogni racconto aveva un particolare in più rispetto al precedente.
“E sai cosa fece? Usò gli stimmi dei crochi; li sciolse nell’acqua” – le aveva solennemente narrato una vigilia di Natale, mentre lei pensava solo al volo dei fiocchi di neve sul mare di crochi.
Due falchi pellegrini presero a rincorrersi, fendendo l’aria con le loro ali.
Si allontanarono solo quando la jeep salì rumorosamente il tornante, il penultimo della lunga serie che occorreva percorrere e senza fermarsi, come voleva la tradizione, perché il “Diavolo ce la mette tutta per non farti raggiungere la Cappella”, precisava sempre la nonna.
“Salgo entro le 11 di venerdì e stai tranquilla che vado piano!”, poi aveva chiuso il cellulare.
Ma tanto le parole non bastavano mai per chetare le ansie della vecchina in attesa.
Nonna Rosa era l’ultima parente rimasta a Stefania. Lei aveva lavorato sempre lo zafferano e la sua consulenza per quel saggio all’Università le era preziosissima.
Si lavorava a 800 metri, curvati ad arco sui fragili fiori del Crocus sativus: Nonna Rosa, 70 anni da compiere ad aprile, era capace di cogliere anche due crochi al secondo tanto era svelta.

Stefania la chiamava “formichina” fin da quando aveva assistito a quelle prodezze quando aveva appena 11 anni.
La vecchia Rosa accolse la nipotina con un vassoio di dolci sul portone di quercia: aveva le gote rubizze per il vento.

La Russia di Terzani

Ho ripreso a leggere “Buonanotte signor Lenin” di Tiziano Terzani.

Ho sottoposto a scansione uno dei passaggi che ho maggiormente gradito. Mi è piaciuto  per quella dicotomia tra le acque e per il nome con il quale è noto lo Sunghuajiang: Fiume delle Orchideee.

Quando l’Amur dilaga, minacciando i centri abitati lungo il suo corso, alla gente non resta altro che aspettare che l’acqua si ritiri. Una volta la piena fu tale che uno dei battelli fluviali finì per navigare lungo la strada principale di Blagoveščensk. Nessuno dei progetti per la costruzione dei canali che dall’Amur, portino le acque direttamente nello stretto dei Tartari, è mai stato realizzato.

Sulla destra si intravede la città cinese di Dōngjiāng: le alte ciminiere delle fabbriche, un’alta antenna della televisione, le antenne di un comando militare. Poi appare la foce del Sungari, il Sunghuajiang, il Fiume delle Orchideee, come lo chiamano i cinesi che già milleduecento anni fa, al tempo della dinastia Tang, quando queste terre erano loro, avevano costruito alla confluenza fra l’Amur e il Sungari un forte e un tempio. Ancora negli anni ‘30 un visitatore attento come Owen Lattimore riuscì a trovare le fondamenta di quel tempio e con ciò la riprova dell’antica presenza cinese qui. Qualcuno, da allora, ha fatto scomparire quelle tracce.

L’incontro fra questi due fiumi è drammatico. Il Sungari viene dal ventre della Cina, ha percorso la Manciuria, è passato per la città di Harbin.

Le sue acque son limacciose, gialle, e quando si gettano nell’Amur intorpidiscono la purezza siberiana di quello, gli tolgono la sua trasparenza, lo rendono denso e sporco. Improvvisamente l’Amur non è più lo stesso. Ha perso la sua dolcezza. Nei flutti ormai opachi, marrone, schiumosi. galleggiano enormi pezzi di legno, detriti di segherie, rifiuti.
La vastità del fiume permette ai venti di spazzare liberi. I giunchi lungo la riva si piegano, mostrando i loro risvolti d’argento, la loro anima bianca. Si alzano onde come quelle del mare.


Vite di paese

E’ stato un gran conforto per me e mio marito ascoltare stamattina in “Montagne“, Rai Due, un mio conterraneo come Franco Arminio parlare del paese come l’unica incubatrice di novità future e di crescita umana.

Noi abbiamo scelto di vivere qui a Sacco (Sa) dalla nostra mezza età in poi, visto che i figli son sistemati ed abbiamo investito energie, tempo e risorse finanziarie nella casa di famiglia.

Stamattina ho raccolto l’ alloro nel mio orto mentre aspettavo Domenico, il fabbro ferraio, che mi portava la campanella sistemata con una adeguata struttura di supporto.  Mio marito giura che è ‘700 autentico  ( comprata da un rigattiere). Le ha messo il mio nome come vuole la tradizione “campanara”. La esibirà porta di casa mia; un’ altra è stata collocata davanti al secondo appartamento, quello al primo piano.

Abbiamo deciso questo antico sistema al posto del campanello elettrico. Ne ho trovata una simile nel web, ma la fotograferò quanto prima!




Di passione in passione

Per me “Passioni” di Radio 3 è stata una scoperta in piena regola.

Il programma, articolato in cicli monografici della durata variabile dalle 2 alle 10 puntate, propone narrazioni miste ad esplorazioni condotte in prima persona da vari protagonisti intorno a quella “passione” che è al centro del tema scelto e si avvale di interviste, archivio sonoro, musiche.

“Passioni” non vuole offrire un approccio giornalistico o didascalico ma piuttosto l’esperienza viva dei protagonisti, la loro storia, le loro emozioni.
Dopo aver esplorato il tema della vecchiaia, della sua rimozione e della sua rappresentazione finanche, la trasmissione di Radio 3 si è dedicata ad una battaglia sacrosanta, quella dell’ acqua.
In questo video Rosa Balistreri , validissima esponente del folk siciliano, così la canta

Nell’ultima puntata “Passioni” racconta le grandi battaglie di Danilo Dolci per l’acqua democratica. Lui sociologo, educatore, attivista della nonviolenza, fu antesignano delle battaglie alla Marco Pannella, lottando con i digiuni per denunziare violenze e sorprusi.

In questa puntata tocca al figlio di Dolci narrare gli eventi che portarono, alla fine degli anni Sessanta, alla nascita della diga sul fiume Jato.

Scavando nel web apprendo notizie di questo attivo e passionale siciliano.

Nelle riunioni animate da Dolci, ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e decidere. È proprio nel corso di riunioni con contadini e pescatori della Sicilia occidentale che prende corpo l’idea di costruire la diga sul fiume Jato. La successiva realizzazione di questo progetto costituirà un importante volano per lo sviluppo economico della zona e toglierà un’arma importante alla mafia, che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento di dominio sui cittadini.
L’irrigazione delle terre ha consentito in questa zona della Sicilia occidentale la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.