Addio, Yara

Dinnanzi alla tragedia consumatasi ai danni di una ragazzina di 13 anni non trovo parole bastanti a testimoniare la mia indignazione, la rabbia e lo sconforto. Penso a chi ha amato quel corpo martoriato, a chi l’ha concepito, curato, a chi lo conosceva nell’intimo, a chi ora si sente morto con lei. Penso a Yara e ai suoi sogni fratti alla fine di novembre insieme all’armonia della sua famiglia. Tanto è svanito tragicamente con Yara. Una bambina o poco più che poteva essermi figlia, nipote come poteva essere nipote a chi mi legge. Una figlia di una famiglia come tante.

Per questa e tante altre bambine uccise non ho parole adatte..

Prendo a prestito, allora, quelle di Giulia che mi suonano perfette.



In “Mezzo alle terre”

Una delle letture che prediligo è, per certo, “Luoghi dell’Infinito”, che detta così su due piedi è “appena appena”   l’allegato mensile di un quotidiano cattolico (“Avvenire”).

Non vorrei deludere i più, ma “Luoghi dell’Infinito” non è una lettura partigiana e non solo per le firme che vi collaborano;  l’allegato è una proficua  fonte di bellezza mista ad informazioni che saziano chi non vive di luoghi comuni e stereotipi, chi ama aprire lo sguardo e non fermarsi a pubblicazioni che decantano, in modo cialtrone, eventi e luoghi. Diffidate, gente, diffidate!
Dal numero di febbraio dei “Luoghi dell’Infinito” ho fatto la scansione dell’incipit dell’articolo a cura di Giorgio Agnisola.

Non è solo un mare: il Mediterraneo è anche una civiltà, una natura, un mito, un insieme di popoli, con un passato e un presente. E’ una ricchezza inesauribile. Nel suo bacino si trova la più elevata concentrazione di monumenti e di opere d’arte del mondo. “Il Mediterraneo è una perla — asserisce lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun —. E come tutte le materie preziose è sorto dalle viscere della storia”. Ma è anche un luogo di profonde contraddizioni, di  antiche e nuove complessità.


E’ incredibile, ad esempio, come i popoli delle due sponde, quella europea e quella nordafricana, siano così vicini e distanti a un tempo.

Al punto che il loro ricongiungimento viene chiamato migrazione. E se una volta gli spostamenti avvenivano da nord a sud oggi accade il contrario. Sono gli africani e i mediorientali a cercare riparo da noi.

“Il Mediterraneo è destino” scrivono Pierfranco Bruni e Gerardo Picaro nella prefazione all’antologia “Voci del Mediterraneo”.

Qui la scrittura è “letteratura del ritorno di Odisseo… è voce di attese, di pietra bianca e infiniti ritorni del cuore. Focolare d’inverno e vento che spinge al largo, cercando di raccontare sempre il proprio tempo, misurandosi con la morte”.

 Ma soprattutto siamo davanti a un  mare.

Per quanto calme, le sua acque racchiudono sempre un mistero che intriga e affascina. E fatto di onde e di mare, porti e isole, di spazi senza orizzonte e tuttavia chiusi, separati.

Il Mediterraneo è il mitico universo di Odisseo e di Enea, del viaggio di san Paolo verso Roma, della battaglia di Lepanto; è stato la meta finale di intellettuali, artisti e giovani nobili viaggiatori che, tra Sette e Ottocento, dal Nord Europa scendevano le coste italiane e oltre, per conoscere l’antico, raccontato in memorabili libri, ad esempio da Lessing, Dickens, Goethe.

Io donna di mare

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In vacanza a Villammare ( vicino Sapri) passai dei giorni indimenticabili.

Vi comprai questa cartolina; l’ ho ridimensionata per inserirvi una gran bella poesia che fa vagheggiare la stagione bella.

Mare fanciullo insaziato di giuoco,
vecchio mare insaziato di pianto
tu che sei lampo e fango
e cielo e sangue e fuoco,
oggi hai lasciato alle lente rive
orgoglio e forza,
gaiezza e dolore:
oggi non sei che colore,

un bel colore che vive.
Tratto da “Mare-Colore” di Diego Valeri

Il mio pollice non era verde!

E dire che non ce l’ho mai avuto. Lo giuro.

Sentire una conversazione in tema mi annoiava.  Poi nella mia vita è cambiato quasi tutto e il mio dito  pollice s’è tinto di un verde che si va facendo di un brillante fantascientifico.

E così dopo rosmarino, salvia, alloro, lavanda è venuto il turno della mimosa  ( quella appena acquistata pare assai promettente!) ;  poi, scendendo nel pragmatico, ho scelto di comprare una bella pianta di origano, timo e..e ..e..una signora maggiorana! Chissà quando il meteo sarà clemente e mi darà la possibilità di piantarle..

Realtà e visione a Roma

Veduta di Castel Sant'Angelo dai prati di Castello

Così cattura nella tela Roma, città già allora Eterna, Gaspar Van Vittel, detto anche Gaspare dagli Occhiali, padre di un Luigi Vanvitelli dal cognome ormai definitivamente naturalizzato, resosi capace di tante meraviglie architettoniche.

Per l’ultima volta nella sua storia Roma si è vista oggetto dell’attenzione degli intellettuali e degli artisti di tutto il mondo.
Così, in questa “tranche” dell’ultima puntata di “Art News”, Antonio Paolucci ci introduce in un evento che i più golosi d’arte non dovrebbero perdersi. L’epoca in questione sta tra il 1750 e la Rivoluzione che infiamma la Francia e vede rotolare molte teste  sulla ghigliottina. E’ anche il periodo mitico del “Grand Tour” che tanto significò per la Penisola e, soprattutto, per il suo Sud.

Paolucci introduce alla mostra artistica ed insieme archeologica, tesa ad illustrare il modo in cui i monumenti antichi, le attività di scavo, i musei e le istituzioni artistiche furono in grado di alimentare le Arti e l’Erudizione, divulgando in tutta Europa quella passione per l’arte classica divenuta, nell’avanzato Settecento, modello imprescindibile. La mostra si propone di mettere a fuoco il principale fattore di promozione della fama della città di Roma, oltre che l’elemento generatore della sua ricchezza culturale: l’Antichità Classica. Roma, in particolar modo dalla metà del secolo, è un vero e proprio crocevia di artisti, provenienti da ogni parte d’Europa, interessati al confronto diretto con l’Antico.

Le civiltà del continente liquido

Le notizie dei nuovi arrivi a Lampedusa danno la stura e tante riflessioni e tutte amare.

Non credo di essere l’unica a provare sentimenti di impotenza e di malumore davanti a quelle “carrette del mare” gravide di presenze in  ricerca spasmodica di una vita nuova e migliore sulle nostre coste.
Allora, per non cedere il posto alla tristezza, mi pare opportuno pubblicare una “tranche” dell’articolo di Franco Cardini, apparso nell’allegato sempre originale e stimolante  “I Luoghi dell’Infinito” di Avvenire.

Il bronzo non è un metallo, bensì- lo sanno tutti-  una lega di rame e di stagno.

Il Sud-est dell’area mediterranea, da Cipro al Vicino Oriente, è ricco di rame, ma per trovare lo stagno bisogna navigare fino alla penisola iberica e alle isole britanniche.

Lo svilupparsi del lungo periodo che chiamiamo “età del bronzo” è la prova dell’antichità e della fecondità degli scambi mediterranei, sempre accompagnati dai pericoli e dai conflitti.

Dove naviga il mercante, là s’incrociano anche i pirati- Sappiamo che il rame si lavorava nel Vicino Oriente fin dal V-IV millennio a.C., ma bisogna aspettare la metà del III millennio a.C. perché, a partire dalla Mesopotamia, affiorino le prime culture dell’età del bronzo. Da allora s’irradiarono, da sud e da est, le grandi civiltà affacciate sul “mare chiuso” tra la costa fenicia e quelle che i greci chiamarono le Colonne d’Ercole.

Il Mediterraneo  è, secondo la definizione di Fernand Braudel, un “continente liquido”.

Un continente densamente abitato ai margini e nelle isole; i suoi margini sono-come in un negativo fotografico- le sponde di oceani terrestri che per lunghi secoli sono rimasti sconosciuti o inesplorati.

Al punto che si potrebbe sostenere che la civiltà dei tre continenti che convergono sul Mediterraneo si sia irradiata da esso.

Ma tale irradiazione ha prodotto un alto numero di culture, collegate eppure diverse: ciascuna di loro ha seguito una specifica dinamica, correlata alle altre.

Ogni civiltà, come ogni persona, compartecipa di più identità e ha bisogno della totalità di quelle che la riguardano per definirsi. E’ per questo che un’indagine sulle identità etniche, linguistiche, storiche, istituzionali e religiose che compongono la più ampia “identità mediterranea” deve fondarsi su un forte senso della dinamica di ciascuna e di tutte nel loro complesso.

L’identità storica delle culture mediterranee è più articolata e flessibile-quindi anche più forte e radicata-  di quanto non lo siano altre forme identitarie delle quali si parla molto, come quelle “europea” e “occidentale”.

Viaggio nei vizi..a colori

Qui all’interno delle immagini della puntata di “Art News” si può iniziare un misterioso e travolgente viaggio all`interno del quadro di Otto Dix “I sette peccati capitali”.

In che epoca dipinge l’artista?

Basta far caso alla presenza piccola e accovacciata , quella in giallo e dai baffetti inequivocabili..

Il viaggio della trasmissione Rai principia sempre con un dettaglio tramite il quale l`opera racconta i suoi segreti e il carattere del suo autore.

Lui fu un pittore tedesco, esponente di spicco della “Neue Sachlichkeit” (Nuova oggettività).

Dipinse le sue opere più note durante gli anni della fragile Repubblica di Weimar, incentrate su tematiche forti e disegnate con crudezza, come la guerra e la morte al fronte, i reduci storpi nelle città del dopoguerra, le deformità della bruttezza, il rapporto tra eros e morte, oltre a numerosi ritratti e gli autoritratti che realizzerà con costanza per tutta la vita.