L’arte forever

La sala da ballo Capodimonte

Sala da ballo di Capodimonte

Devo partire ma non vi lascio orfani ( come disse un signore, trentatrenne che fece una brutta fine 2000 anni fa)..

Cosa c’è di meglio di un altro pò di Napoli?

La notizia è stata data con squillo di trombe a Francoforte il 22 aprile. L’assessore regionale Matera all’ Imex ( al secolo la Exhibitions for incentive travel, meetings & events) dixit: Capodimonte va in tournèe in terra tedesca.

Qua per l’articolo completo.

Poche ma rappresentative nostre opere varcheranno le Alpi e faranno gongolare la Merkel e i suoi compatrioti. Della serie: voi suonerete le vostre trombe, noi vi incanteremo con i nostri capolavori ( ho apportato una piccola,  ma necessaria modifica al detto di Pier Capponi).

Battezzato “Caravaggios Erben, Barock in Neapel” ( ossia “Eredi di Caravaggio, barocco a Napoli”), l’evento sarà ghiotto e permetterà di ammirare alcuni preziosi gioielli che esibisce Capodimonte sotto i cieli partenopei.

Le date di apertura e chiusura son presto dette: il 14 ottobre nella grande pinacoteca di Wiesbaden e il febbraio del 2017.

 

Je suis Spinelli

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Un fil rouge unisce Napoli e Laurino, il paese limitrofo dove ora vivo.
E’ Palazzo Spinelli.
La dimora è appartenuta a Pontano, il massimo rappresentante dell’umanesimo partenopeo del 1400 e dell’Accademia che porta il suo nome e che nacque come libera iniziativa di uomini di cultura.

Questa.

Il Palazzo è risalente al XV secolo. 

Dal 1567 gli Spinelli erano stati nominati Duchi di Laurino. Uno di loro,  Troiano Spinelli, è ricordato da una lapide del 1767, posta tra le due rampe della scala, che sottolinea il restauro voluto dallo stesso nobile, il quale affidò i lavori a Ferdinando Sanfelice.

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Il passato è tra noi

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C’era una volta una pianoforte di famiglia.
Per caso è stato fotografato qualche ora fa.
Scrivo per caso, solo perchè presa dalle incombenze e dagli irrinunciabili gravami del presente, ho dovuto accantonare le ricerche amate e relative agli oggetti di famiglia, alcuni dei quali risalgono al 1700.
Solo il web mi ha permesso un confronto con un restauratore che gentilmente può darmi delle indicazioni.

Un antenato di mia suocera ( che ancora non ho identificato) dopo il 1860 andò a Napoli presso lo storico negozio di pianoforti “Achille Scognamillo” a comprare questo gingillo che serbiamo con cura.

Il fondatore è  il papà Gabriele, infatti nella targhetta del mio pianoforte è evidente una “G”.

‘A puteca, come si chiamerebbe in dialetto, era sita in piazza San Ferdinando.

piazza

 
La cosa molto interessante però è che Achille Scognamillo è il nome d’arte di Achille Millo, celebre attore partenopeo.

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E non finisce qui.
Per curiosità ho continuato ad indagare.
Ho scoperto che Gabriele Scognamillo, figlio di Gaetano e padre di Achille, fu fabbricante di pianoforti a Via Poerio n. 76 ed è nato a Napoli nel febbraio 1816.
A 20 anni comincia a lavorare da ebanista presso Hedrichg Gutwenger, fabbricante di pianoforti a Napoli nel 1820.

Successivamente con Bretschneider, Vincenzo Mach e Lapesa, al quale succede nel 1858 : questi gli fa cessione della sua fabbrica, ritenendolo il migliore dei suoi allievi.
Il Nostro costruisce per proprio conto pianoforti e possiede in deposito quelli delle principali fabbriche straniere.

Scusatemi se è poco quanto ho scoperto su Napoli..

Quella Caverna di Platone

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Sono rimasta ammaliata da un video ed ho deciso di lasciarlo qui.

Di certo molti conoscono il Mito della Caverna di Platone.

Per l’allievo di Socrate  filosofia e dialettica si identificavano. 

Nel mito in questione, narrato nel VII libro de La Repubblica, un prigioniero vive legato dalla nascita insieme ad altri prigionieri all’interno di una caverna.

Per essi è l’unica realtà.

Alle spalle del prigioniero incatenato c’è un muro..

Il resto del Mito lo lascio al video.

Un pò di dolcezza…

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Sono rientrata dal funerale di mia suocera e dalla “trasferta” salernitana.
Queste bianche sono orchidee di montagna.

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Di bello, oltre i fiori raccolti lungo il Passo della Sentinella, mi son portata questa bambolina che mia suocera aveva nella cristalliera..
Le sto cercando un nome..
Avete qualche suggerimento?

Il mare voglio

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In queste giornate assolate mi manca il mare. Vorrei rotolarmi sulla sabbia calda e camminare dove l’onda si frange e si ritira. Sedermi in riva e perdere lo sguardo sul tremolante  skyline dell’orizzonte..
Vorrei salpare con mio marito senza una destinazione con un vascello come questo; lo vorrei per incontrare il nuovo, per mantenere la speranza viva..
Salpare come un voltare pagina che è frutto delle mie recenti vicissitudini.
Mi pare giunto il momento di lasciare una mia “creatura” scritta oltre dieci anni fa, dettata dal mio amore per il meridione che si fa dolore davanti alle tante difficoltà che conosco e a quelle che intuisco.

Il mio sud zoppica o cammina con velocità diversa rispetto al resto dell’Italia e della UE. Quando se ne accorgeranno?

Il mio sud ?
Una bambina
i riccioli assolati
e tra le rughe
un sonno eterno
lo struggimento
la malinconia

non cresce come gli altri
i suoi oliveti incolti
filari di macerie
dove padroni
i rovi
e dagli approdi
lieti e funesti
dai sorrisi ingenui
e maliziosi

dorme il mio sud
tra una battaglia
e l’altra
e nel suo sonno
drogato
dagli ‘amici’
fugge disillusione
e pianto,
insegue castità
e pudore

e senza il sogno
avaro di promesse
sarebbe il giorno.

Io resiliente

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Qualche anno fa mi son imbattuta in una impostazione diversa di concepire il turismo e l’agricoltura, laddove le due attività si sposano. Non è un piccolo miracolo?

Rifletteteci: in genere il turista consuma ( spesso prodotti locali e verdure a km 0) e basta, portando solo denaro, ma lasciando tutto come era prima. Al massimo fidelizzandosi.
Non son d’accordo con questo modo di interfacciarsi. Per me si deve essere costruttivi e non ridurre anche il settore turismo al mordi e fuggi, consumato due mesi all’anno soprattutto.

Non sopporto sentir raccontare e divulgare questa o quella località non per una bellezza architettonica o un’opera d’arte, ma solo perchè ci si riempie la pancia e la gola.

Siamo un popolo di crapuloni.

Lo trovo svilente per le nostre tradizioni gastronomiche ( esse hanno la loro ragione d’essere e son state tramandate come un tesoro da generazioni, ndr ) e per lo stesso turista che legherà, banalmente, il ricordo di quella escursione unicamente al piatto tipico come se un paese o una zona del meridione possa essere rappresentata solo dalle polpette di ricotta o dai fusilli fatti a mano uno per uno.

Esiste e desidero testimoniarlo un diverso modo di far incontrare il forestiero e la terra che lo ospita. 
Chi lo sta portando avanti è una minoranza e l’ha battezzato “Terra di Resilienza” laddove il termine riporta in ambito psicologico alla capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Resilienza
Il meridione sta vivendo da oltre venti anni momenti drammatici, vuoi per la pessima gestione delle risorse ( anche di quelle umane), vuoi per la cronica incapacità di tradurre le idee in fatti concreti, creando occupazione.

Il Sud vive di assistenzialismo.

Potrei continuare all’infinito, ma mi fermo qua perchè l’argomento mi esaspera l’ipertensione…
Ho riscontrato una inversione di tendenza.

Tenue, ma c’è. Una inversione che non vede il consumismo come la sua bibbia, ma imposta diversamente il proprio agire.

Perciò quando qualche anno or sono conobbi i fautori del progetto “Terra di Resilienza“, coadiuvati dal sindaco del paese cilentano ( Morigerati in provincia di Salerno), mi ci fiondai con la telecamera.

Lo faccio sempre quando posso cogliere e trasmettere piccole novità che diano speranza.
Perchè qui al Sud difettiamo di speranza, di capacità manageriale molto più che di denaro che viene sperperato e finisce in mano sempre dei soliti.