La lezione del Friuli

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Un papavero rosso per il Friuli

Ci son date sul tavolino della storia che segnano un prima e un dopo.
Il 6 maggio di quaranta anni fa un pezzo di Italia tremò con conseguenze disastrose: mille morti e un terzo della regione Friuli Venezia Giulia devastato. Ma a settembre venne il colpo di grazia.

Si era risvegliato l’Orcolàt , l’orco malvagio dei friulani che non era nuovo a simili catastrofi: nell’Età di mezzo aveva seminato morte e anche dopo.

Quaranta anni fa la scossa fu di 6,4 gradi della scala Richter e rase al suolo 45 paesi tra cui Gemona, Buja e Osoppo.
Sono vicina a queste popolazioni ieri e oggi.

Mio figlio visita spesso il Friuli ( vive a Portogruaro dove ha trovato l’amore e il lavoro)..
Inoltre noi in Campania e in Basilicata fummo colpiti nel 1980 da un sisma immane.
Stamattina Radio 3 Scienza ( ormai solo la radio rimane di intelligente, ndr) mi ha ricordato la lezione che dette quella terra, amata dai Longobardi, a noi tutti.

Non vollero gli aiuti dello Stato, ma ci fu una sorta di disubbidienza civile.

Leggo nel “Corrieredella forza morale di gente che, emigrando in cerca di fortuna..[..]si era guadagnata una tale fama che, come ricordò Gianfranco Piazzesi, i canadesi distinguevano gli italiani “in due grandi categorie: quelli del Friuli e gli altri”.

Sempre lo stesso giornale ricorda che nell’agosto del 1977 venne sottoscritta da tutti gli abitanti del borgo medievale di Venzone, distrutto dal sisma questa dichiarazione:

Respingiamo con fermezza la tentazione di una ricostruzione standardizzata che certamente ci renderebbe stranieri nella nostra stessa Patria e che, come dimostra il Belice, non riuscirebbe neppure a garantire tempi di esecuzione più brevi“.

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