L’Italia che vuole ricordare

Il Paese senza memoria commemora i suoi morti. E commemorano proprio tutti: gli ordini professionali che impediscono l’accesso alle professioni, coloro che sono per il libero mercato, ma se provi a dare una licenza in più bloccano le autostrade, quelli che la concorrenza è bella, ma poi si accordano sui prezzi, quelli che tengono famiglia, quelli tu no che sei ricchione, quelli che si comprano le aziende di stato per quattro soldi, le fanno fallire e le rivendono guadagnandoci pure, quelli che prima gli italiani, quelli che io so’ io e tu non sei un cazzo, quelli che chiudono le fabbriche, ma vivono all’estero, giusto qualche chilometro dal confine tanto da non pagarci le tasse. Quelli che l’alta velocità costa 9,3 milioni in Spagna, 10,2 in Francia, ma 61 milioni a chilometro in Italia. C’è una mafia silente in questo Paese, normalizzata e assorbita nei comportamenti quotidiani, perché è la testa ad essere mafiosa, ma con meno coscienza di quella che mette le bombe e spara. Intanto i giovani se ne vanno perché qua i vecchi non mollano la cadrega, gli adulti vivono con l’ansia di perdere il poco e gli anziani arrancano mendicando ottanta euro al governo.

A Capaci il 23 maggio 1992 sono morte cinque persone, ammazzate dalla mafia, quella con la maiuscola. Da allora non si contano però gli altri morti, silenziosi, nascosti ai giornali, vittime di un’estorsione viscida, strisciante, vigliacca che ha svuotato le case dal diritto e della serenità. Perché dove c’è paura c’è mafia e a quel punto poco importa come lo chiami il delinquente, con la maiuscola o senza. Si sta male comunque e qualche volta si muore. Giancarlo Buonofiglio.

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