Indovina indovinello

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In passato vi ho accennato a questo strumento antico, chissà se qualcuno/a se ne ricorda.
Invito GianPaolo e tutti a creare un breve racconto su di esso…

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16 commenti Aggiungi il tuo

  1. E’ uno scaldaletto. A casa ne ho uno simile…. Però non me lo ricordo, già ai miei tempi era passato alla storia…

    1. marzia ha detto:

      Sì, ma ti piacerebbe crearci una breve storia su, Nicoletta?

      1. Non molto. Lascerei questo privilegio a chi ha più immaginazione di me.

  2. luisa zambrotta ha detto:

    Sai che un altro tipo di scandaletto era chiamato “prete” in Brianza? Forse un bel racconto sul prete nel letto sarebbe divertente 😉

    1. marzia ha detto:

      Provaci, dai..
      😉

      1. luisa zambrotta ha detto:

        Ho appena visto di aver scritto scandaletto invece di scaldaletto. Sarà stata una correzione automatica o un lapsus freudiano? 😉

        1. marzia ha detto:

          Lapsus ahahahahahhahah

  3. Giuliana ha detto:

    da noi si chiamava “monaco”, da piccola sentivo dire a mia madre: hai messo il monaco nel letto alle bambine?
    e questa cosa era raccapricciante 😄😄

    1. marzia ha detto:

      ahahahhahah hai ragione.
      Pure qua lo chiamano monaco.

  4. newwhitebear ha detto:

    ok. preparo una storia. Da noi in Emilia lo chiamano Suora per distinguerlo dal prete, dove il braciere è protetto da uno scheletro di legno.

    1. marzia ha detto:

      Attendo impaziente 🙂

      1. newwhitebear ha detto:

        sto lavorando 😀 – bugia perché sto rispondendo…. ma spero di terminare prima di sera

  5. newwhitebear ha detto:

    eccomi. Domani sarà anche sul mio blog. Per il momento lo pubblico qui.

    Quando a ottobre le prime nebbie calavano verso sera e la brina ricamava i suoi merletti sui rami e sull’erba durante la notte, era venuto il momento di prendere il prete e la suora.
    Berenice aprì il ripostiglio dove nella primavera precedente aveva riposto lo scaldaletto per pulirli e prepararli per le prossime sere, quando le lenzuola sarebbero state fredde e umide. Lo portò nella grande cucina del casolare, immerso nel silenzio della campagna ferrarese. Il suo Aldo sarebbe ritornato dai campi tra qualche ora. Ci sarebbe stato tempo per preparargli una sostanziosa cena a base di brodo di gallina, fette di lardo grigliate, lombata di suino e gagliardo vino rosso, quello nuovo dopo la vendemmia di settembre. Il pane era sulla madia, pronto per essere infornato nella stufa economica già calda e rovente.
    Con attenzione toglieva la polvere e le ragnatele dal prete, valutando se le stecche erano in buono stato. Era stato di sua nonna, poi di sua madre e adesso l’aveva ereditato lei. Si appoggiò sulla parte superiore spingendola verso il basso con delicatezza. Il prete non emise nessun scricchiolio né rumore pericoloso. Il fondo era leggermente arrugginito che tolse con uno straccio umido di olio. Poi fu il turno della suora, un braciere in rame inscurito dal tempo e dal fuoco. Come negli anni precedenti si chiese se usare quello con coperchio forato oppure quello aperto. Però come aveva fatto nel passato preferì quello chiuso.
    «Ho il terrore che una favilla, una piccola scheggia di legno incandescente bruci il nostro letto matrimoniale» borbottò, mentre lustrava accuratamente la suora dentro e fuori, finché riaffiorasse il lucido del rame.
    L’energia non le mancava, nonostante i sessant’anni che ormai le pesavano. Una vita dedicata alla famiglia: al suo Aldo e ai cinque figli, ormai grandi e tutti sposati. L’ultimo, Mario, se ne era andato con la moglie nel giugno scorso, lasciando la grande casa in pietra rossa vuota e silenziosa. Tutti avevano preferito migrare in città, lasciandoli soli. Ogni tanto arrivavano alla spicciolata con i vari nipoti a prendere quello che la campagna donava. Le verdure dell’orto, che Berenice curava con amore, i frutti di stagione dagli alberi che facevano corona al casale. Poi senza dire un grazie sparivano sulle loro utilitarie. Le nuore, che sembravano avere la puzza sotto il naso, riacquistavano il sorriso, mentre salutavano gli anziani suoceri. Non toccavano nulla come se ogni cosa fosse infetta e menavano robusti scappellotti ai figli, rei di mangiare la frutta rubata dagli alberi.
    Berenice sospirava a questi ricordi mentre lucidava la suora per togliere il nero delle braci dell’inverno precedente. Il suo Aldo tutte le volte borbottava che erano degli ingrati dopo tutto quello che avevano fatto per loro.
    «Ma sono giovani» lo rabboniva la moglie. «Devono vivere la loro vita. Ormai il nostro tempo è passato».
    E lo abbracciava con calore, mentre la stizza si tramutava in sorriso.
    Accantonati i ricordi, ripose la suora dentro il prete. Si chiese con malizia il motivo di questi nomi, che aveva imparato da bambina. Subito il pensiero corse a don Alberto, il curato del paese vicino, e suor Giuseppina, che lo assisteva in canonica. Lo scacciò immediatamente, perché poi doveva confessare a don Alberto la domenica prossima, quando era stata maligna nei suoi confronti.
    Tornò con la mente ai figli e pensò che dopo l’ultima visita non li avrebbe visti per molte settimane. “Almeno fino ai primi di dicembre” si disse, quando sarebbero venuti per portare in città salami, ciccioli e il vino rosso ormai maturo per essere imbottigliato. Avrebbe avuto il suo daffare per calmare il suo Aldo, quando i figli, le nuore e i nipoti avrebbero fatto la toccata e fuga per le provviste per Natale senza ringraziare.
    Il sole cominciava a calare sull’orizzonte dopo una giornata calda e luminosa. Era tempo di preparare la cena. Per prete e suora sarebbe stato presto ma tra qualche giorno avrebbe iniziato a metterli sotto le lenzuola per riscaldare il loro letto.

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