Worth, il couturier

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L’abito dell’immagine, creato da Charles Frederick Worth, è esposto al Metropolitan Museum of Art.
Per molti aspetti, il mondo della haute couture, ha ottenuto il suo inizio a Parigi in gran parte attraverso il suo intuito, in grado di capitalizzare una serie di tendenze che si stavano sviluppando da un pò di tempo.
Nasce con lui la figura del couturier come creatore di fogge in senso moderno.
Il cambiamento che lui apportò fu di individualizzare gli abiti.
Prima era consuetudine che i clienti portassero i loro tessuti alla sarta.
Worth per il marketing impiegava la tecnica di far scegliere ai suoi clienti da una serie di modelli esemplificativi, modellati da un esercito di donne piuttosto giovani; il cliente avrebbe fatto una selezione e un capo personalizzato sarebbe stato creato.

Il suo debutto nella società avvenne in seguito all’acquisto da parte della principessa di Metternich, nipote del grande statista del Congresso di Vienna e moglie dell’ambasciatore austriaco di due suoi abiti che le furono offerti a prezzi stracciati proprio da Marie Vernet. In occasione di un ballo alle Tuileries la principessa ne sfoggiò uno e suscitò l’ammirazione dell’imperatrice Eugénie de Montijo, consorte di Napoleone III che non tardò a divenire anch’essa affezionata cliente della maison Worth.
Worth nel 1860 fu così in grado di assicurarsi il patronato dell’imperatrice Eugenia e questo cementò la sua reputazione; era l’imperatrice ad impostare gli stili e naturalmente tutti i personaggi importanti volevano emularla.

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Con la scomparsa di Napoleone III e del Secondo Impero, Worth fu costretto a cercare mercati espansi, non avendo più una base di clienti garantita basata sul patronato reale. Quando morì nel 1895 aveva clienti in tutti e sette i continenti.

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La seduzione della bellezza

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Capitello a paniere

Questo capitello mi ha sedotta. Visitai tempo fa la chiesa che lo vanta, ossia San Salvatore a Brescia, uno dei massimi esempi di architettura altomedievale presenti in Italia settentrionale.

Sorge all’interno del complesso di Santa Giulia, comprendente il monastero femminile di San Salvatore.
Quello della foto è uno dei 13 capitelli di altrettante colonne, ricavate da antiche costruzioni romane; son pregiati e, come si nota, a paniere. La loro raffinata decorazione appartiene al repertorio delle chiese ravennati del VI e dell’VIII secolo.

Qui per ascoltare i tesori che nasconde il Museo di Santa Giulia.

La chiesa, insieme al convento vennero fondati da Desiderio nell’VIII secolo sulle rovine di una antica domus romana. Dopo una prima ricostruzione avvenuta nel IX secolo, la chiesa nel corso dei secoli fu più volte rimaneggiata e nel 1599 entrò a far parte del nuovo complesso conventuale dedicato a Santa Giulia.
Priva di facciata e di abside, la chiesa di San Salvatore a Brescia conserva l’originaria struttura a tre navate.
Le navate e i bracci del transetto sono coperte da volte a crociera. L’incrocio del transetto con la navata centrale è coperto da una cupola sorretta da quattro pilastri quadrangolari.
Le volte delle absidi sono a calotta e si agganciano al transetto mediante volte a crociera.
Le pareti erano completamente intonacate, poi nel corso del XX secolo sono stati asportati buona parte degli intonaci che rimangono oggi solo nelle volte. E’ possibile che le pareti fossero affrescate perché rimangono alcuni lacerti nelle pareti absidali e della navata centrale.
Il pavimento fatto a grosse lastre di pietra si è conservato fino ad oggi. Nelle navate, le colonne e i capitelli sono in parte di età classica e reimpiegate nel nuovo edificio, in parte di manifattura bizantina, in parte creazione originale in loco.

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Museo di Santa Giulia

La chiesa era interamante decorata da stucchi e affreschi, tanto da costituire uno dei più ricchi e meglio conservato patrimonio ornamentale dell’alto medioevo.
Gli stucchi, risalenti al IX secolo, sono ancora visibili nei sottarchi e nelle ghiere, e presentano decorazioni con motivi di intreccio, appartenenti alla tradizione longobarda.
Le più antiche opere d’arte della chiesa di San Salvatore sono conservate nella muratura della chiesa: si tratta di frammenti scultorei alto-medievali raffiguranti animali ed iscrizioni.
Nonostante lo stato frammentario, particolarmente importanti sono le testimonianze pittoriche presenti nella chiesa.

Le viti secondo Giuliana

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Oltre a Gian Paolo anche Giuliana si è cimentata.
Ecco quanto ha redatto a partire dalla mia immagine.

Cos’ era quello sguardo se non una carezza mancata? lo sentivo sul viso ed arrossivo al pensiero che una mano, benchè desiderata, mi potesse sfiorare. Mi bagnavo le mani ed il viso per nascondere il desiderio e la vergogna di ciò che pensavo e di quello che il mio corpo desiderava. Avvitavo alla spalliera del letto il mio desiderio con lunghe viti, affinchè non ne perdessi il controllo e nello stesso tempo aspettavo che tu venissi al più presto a svitarle.

Et voilà, Carolina

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Svelo l’arcano: si tratta di Maria Carolina, sorella prediletta di Maria Antonietta.
Ferdinando IV e la sua futura sposa si incontrarono alla Portella, che fino al 2 gennaio 1920 avrebbe segnato il confine tra il Lazio e la Campania, spostato successivamente sul fiume Garigliano.
Il Borbone rimase senza fiato nel vedere la sposa, tanto era bella, maestosa e regale. Anche lei rimase senza fiato, ma solo per la rozzezza di lui.

Oddio, si vede che i canoni di bellezza son cambiati, ma io bella in questo ritratto proprio non la vedo.
Lo storico André Bonnefons così descrive Maria Carolina: “la figura incantevole, lungo l’ovale del viso, i tratti superbi, emanava da tutta la sua persona un non so che d’inebriante e di voluttuoso, capace di turbare i più indifferenti”. Maria Carolina in realtà non era civetta o voluttuosa; non era neppure così bella e affascinante, tuttavia nature come la sua amano uomini decisi e risoluti, e tale non era Ferdinando.

E’ divertente leggere le lettere che i coniugi scrivevano ai rispettivi genitori.

Carolina scriverà: mio marito è brutto, ma è meno peggio di come me l’ero immaginato… ricordate che lo amo solo per dovere.

La prima notte di nozze si rivelerà traumatica: è un inferno: preferirei morire se sapessi di dover ripetere nella vita gli otto giorni del mio matrimonio. E’ stato un martirio. Se non avessi avuto la fede, mi sarei uccisa mille volte.
Non molto diverse erano le lettere che scriveva Ferdinando IV al padre, il confidente dei suoi ‘guai’ matrimoniali. Sappiamo che Carolina dopo la nascita di Carlo, il primogenito maschio, avvertì il marito: per un anno almeno, crepi o schiatti tu, non voglio uscire gravida. Invece tre mesi dopo la nascita di Carlo, Carolina rimase nuovamente incinta e sfogò la sua rabbia su Ferdinando.

Nella lettera al padre Ferdinando scrive: diventò una furia. Mi saltò come un cane sopra e mi prese anco una mano in bocca… per cui ne porto ancora i segni… Alla tavola fece anche peggio, chiamando tutte le cameriste che sono zitelle, le quali altro non potevano vedere che lei gridava come un’aquila con termini anche niente decenti ed io col capo calato stavo sentendomi quei complimenti senza nemmeno aprir bocca.

Disegna la tua storia con Marzia – le viti

Devo dire che ha vinto la sfida che gli lanciai.
Ma non ne dubitavo!

Newwhitebear's Blog

Marzia ha deciso di mettermi alla prova con questa immagine.

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Come andrà a finire? leggete e poi giudicate-

Tito prese le viti e le pose sullo specchio ma non si decideva a usarle. Non amava fare dei buchi nella parete ma se mai voleva appendere lo specchio avrebbe dovuto farlo.

Si sedette sullo sgabello a contemplare il vuoto, finché una voce femminile non lo risvegliò dallo stato di catalessi in cui era sprofondato.

«Tito, allora lo appendi oppure no?»

C’era poco da dire. Sapeva da dove arrivava quella richiesta perentoria. Eppure indugiava nella risposta che non poteva essere altro che positiva.

«Rosi, porta pazienza. Sto prendendo le misure».

Una sonora risata mise fine al suo siparietto. Guardò l’ora ed erano passate due ore e qualche minuto. La sua tesi era insostenibile.

«Prendi le misure? Ma fammi il piacere…» gracchiò quella voce che sembrava un trapano nella testa di Tito.

Si…

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La regina di Napoli

Un altro soggiorno a Salerno è trascorso con diversi impegni. Ho lasciato papà peggio del solito ( credo stia perdendo lucidità) e Nicola jr febbricitante..

E va bene…pazienza.

Aggiorno su un personaggio storico a me vicino. Qualcuno/a vuol provare ad indovinare di chi si tratta??

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In stand by

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Domani mi allontano come al solito.
Lascio questa immagine perchè riveste importanza per me.
Nella toponomastica si legge il nome della famiglia di mia nonna, i Maurano, che vivevano qua nell’entroterra fino al 1700. Sacco è, verso sinistra, poco lontano da Piaggine.

Un giorno mi occuperò di chiarire una leggenda che li riguarda.
Rammento la mia bisnonna Giuseppa. Aveva la pelle candida come porcellana. Per problemi di salute passò gli ultimi 10 anni della sua vita a letto.
Avevo 9 anni l’ultima volta che la vidi; ho una sua foto.
Forse è fisiologico alla mia età cercare il proprio passato..
Ci rileggiamo martedì! Buon fine settimana a tutti/e.

La Torre dell’orologio

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Ogni città ha il suo connotato specifico. Berna non fa certo eccezione.
Emblema della città capitale della Confederazione Elvetica e sede del parlamento e del governo svizzero, la Zytglogge o Torre dell’Orologio.
Costruito agli inizi del 1200, l’edificio è stato nel corso dei secoli torre di guardia, prigione e memoriale.

Si erge per 54 metri e fu rinnovato in 1770; ha una pianta rettangolare e un orologio astronomico aggiunto nel 1530 che mostra l’ ora ,il giorno della settimana,del mese,il mese stesso ,lo zodiaco e la fase lunare.

È tra le attrazioni più amate dai turisti grazie alle figure che cominciano a muoversi 4 minuti prima dello scoccare dell’ora, annunciando di fatto i rintocchi, i quadranti di grandi dimensioni e l’astrolabio. Bellissimi il gallo dorato che canta tre volte, l’uomo che gira la clessidra è Hans von Thann, la figura cavalleresca in cima alla torre i cui colpi di martello marcano il tempo.

Gli orsi ( aggiunti nel 1660 a simboleggiare il potere della cittá) guidano e concludono la processione.

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Il pane di Altamura, una poesia

Un post per non dimenticare certe nostre prelibatezze!

Italia, io ci sono.

Al giorno d’oggi non è difficile trovarlo in tutta Italia e chiunque ne ha assaggiato almeno una fetta, dopo averne sentito il profumo da diversi metri. Parliamo del pane di Altamura, che prende il nome del paese in provincia di Bari in cui è stato creato.

Nella sua forma bassa (detta a cappidde de prèvete, a cappello di prete) può essere considerato la concretizzazione dell’idea di pagnotta classica, ma lo si trova anche la forma alta: U sckuanète (pane accavallato). L’inconfondibile aroma è dato in parte da lievito madre con cui è prodotto, cioè un pezzo di pasta rimosso dalle precedenti preparazioni, messo a riposo e aggiunto alla nuova pasta.  In questo modo si conservano lieviti e batteri lattici anche per decenni, microrganismi che con la loro attività rendono acida la pasta. Per l’impasto viene utilizzata la semola di grano duro, che conferisce un sapore deciso al pane.

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